La vita a Damasco ha ripreso a scorrere. Nonostante la presenza dei check point controllati da militari o volontari in divisa, nonostante i quartieri ancora invasi dal terrore seminato dai ribelli, nonostante le detonazioni che in qualsiasi momento della giornata interferiscono con i suoni della quotidianità.  Il volo da Roma ci porta all’aeroporto di Beirut da cui partiamo a bordo di un mezzo che a malapena contiene noi ed i nostri bagagli, seguito da un’auto che ne compensa le limitazioni. Per raggiungere Damasco via terra servono un paio d’ore. Ne impieghiamo almeno il doppio per il tempo speso alla frontiera in uscita. Ogni volta occorre compilare moduli, fare file, affrontare gli sguardi indagatori di chi controlla. Siamo una delegazione mista, giornalisti e volontari, miscelati insieme per cercare di capire la vera natura di quel male che sta divorando la Siria, patria di religioni e civiltà. Da tre anni ormai, la crisi, come viene definita, provoca morti, distruzioni, barbarie, incurante di quel vento di cambiamento democratico che doveva connotare il movimento della primavera araba. Siamo ospiti per alcuni giorni del governo Assad. Intoccabili quindi, a giudicare da coloro che ci stanno attorno attenti a tutto e tutti, ma soprattutto “blindati”. I passaporti ci vengono abilmente sottratti all’ultimo dei controlli che precede l’ingresso in Siria con un pretesto, l’esigenza di ricavarne una fotocopia che si può fare solo in albergo. Una lunga fotocopia. I documenti riemergono da uno dei cassetti della reception, al mattino del terzo giorno di permanenza, grazie all’intervento del nostro contatto su nostra continua insistenza. No passaporti, no possibilità di uscire da soli, più sicurezza, certo, ma soprattutto nessuna possibilità di curiosare in giro.  Gli spostamenti vengono gestiti dai nostri ospiti con la massima precisione. Non siamo mai soli. Ci dicono quando fotografare e soprattutto quando non fotografare. E anche con chi parlare. Assistiamo ai movimenti della città dai finestrini del pulmino che di giorno ci trasporta e la respiriamo per un po’ durante la mattinata trascorsa alla Moschea di Omayyadi, un tempo chiesa di San Giovanni e al suq di Hamidiah che le sta di fronte, nel cuore della città vecchia.  E’ lì che ci accorgiamo di quanto frema la vita, con i suoi colori, i suoni, gli odori forti di folla, falafel, spezie che spazzano via l’angoscia provocata dall’eco dei colpi di mortaio. Ora che le forze governative hanno sottratto al controllo dei ribelli  gran parte dei quartieri di Damasco, le cosiddette “zone calde” si restringono alla cintura verde che ne delimita a Sud i contorni, l’East and West Ghouta. Due semplici indicazioni che in realtà includono i nomi di località note per gli episodi di distruzione e morte che hanno riempito le cronache e scosso gli animi: Jawbar, Duma, Harasta, Quaboun, Darayya, Mu’addamiyah. Una di loro a pochi metri dalla chiesa greco-cattolica Nostra Signora di Damasco guidata da Padre Elias Zahlawi noto per il suo attivismo a favore della tolleranza e del dialogo interreligioso. “Sono un prete –  afferma con orgoglio. “Ogni domenica parlo ai fedeli che mi seguono e dico loro: dovete rimanere qui, dovete resistere perché avete gli stessi diritti degli altri, nonostante le perdite, nonostante le uccisioni”. Incontriamo ministri, esponenti del Governo controllato da Bashar al Assad che ci propongono una visione dei fatti univoca e che imputa l’innesco della crisi al terrorismo fanatico innescato da Qatar, Arabia Saudita e Turchia con l’assenso silenzioso degli Stati Uniti e del mondo occidentale, travestito con i colori grevi di una opposizione interna in realtà pressoché sbiadita e inesistente. Fino a due anni fa, Zachia lavorava presso l’ufficio di rappresentanza della Comunità Europea. Poi la sede ha chiuso per ragioni di sicurezza ed ancora non si sa quando l’attività potrà riprendere. Lei, come tanti altri è rimasta senza lavoro alimentando la percentuale di disoccupati che sempre più spesso a Damasco cede punti al bacino degli indigenti. La porta dell’ufficio ora si riapre ogni tanto, quando i locali vengono utilizzati come base per una organizzazione umanitaria che opera in Siria. “Fino allo scorso anno vivevamo con la valigia sempre pronta – racconta Zachia – piena solo del necessario, per fuggire in caso di pericolo. Ora la situazione è meno pressante. Possiamo permetterci di pensare anche al domani non soltanto all’oggi”. Anche i ristoranti nella grande via delle ambasciate, Al Ayubi, e nella old city sono pieni di gente. Come le vie del quartiere cattolico, nel quale l’apparente normalità infonde sicurezza. E via così, lungo le vie liberate dal Governo, dove i militari misti a civili entrati a far parte volontariamente del corpo di sorveglianza nato per proteggere i quartieri pacificati, garantiscono tranquillità. In alcune zone, i commercianti hanno dipinto le saracinesche con i colori della bandiera siriana. Il Governo Assad qualche passo l’ha fatto. Nelle modifiche apportate alla Costituzione, ha introdotto lo sciopero anche se necessita di autorizzazione. Ma come dice Reem Addad, direttore delle relazioni internazionali siriane “La Siria non è uno stato democratico. La democrazia richiede tempo per essere applicata. E’ un processo che richiede un cambiamento di mentalità e di educazione”. La luce che esce da ogni angolo dei quartieri liberati fa contrasto con il buio e la solitudine dei quartieri interdetti, in cui ancora brucia non visto il fuoco del conflitto. Una morsa nera che attira ma respinge, in cui se si resta imbrigliati difficilmente è possibile uscirne. Cinquanta sono i morti che il campo profughi palestinese di Yarmouk, “buco nero” alla periferia sud di Damasco conta per fame. Poi ci sono quelli provocati dal conflitto. Chi non è riuscito a fuggire è rimasto intrappolato e diviso dall’esterno da un muro invisibile ma più impenetrabile di qualsiasi barriera, mentre la città, a pochi passi, sta ricominciando a vivere. Il punto di primo soccorso allestito con tre letti e pochissimi medicinali, in fondo ad una scala che porta ad uno scantinato, è insufficiente a rispondere a tutte le richieste di aiuto. Nel campo di accoglienza di Sumaja, allestito  a Ovest di Damasco nei locali di una ex scuola, vivono attualmente 229 persone, 44 famiglie in tutto, che dividono fra loro spazi angusti ma sufficienti al momento per vivere in attesa di condizioni migliori.

 

(Monia Savioli)