Posto bellissimo: Palazzo Re Enzo nel cuore di Bologna.

Dibattito ricco ed interessante: numerosissimi interventi nel corso di ben quattro giornate di intensi lavori, caratterizzate dalla presenza di molti ospiti esterni, in rappresentanza delle istituzioni, dei partiti, delle associazioni e delle organizzazioni sindacali.

Volontà unitaria, espressa da tutti gli intervenuti e confermata da ben sessanta documenti ed ordini del giorno per lo più approvati all’unanimità o grandissima maggioranza; che riguardavano tanti temi, dall’ambiente alle violenze tra cui quelle di genere, alla pace, dalla critica alla legge elettorale approvata alla Camera, alla presa di posizione contro le “grandi opere inutili come la Tav”, alla richiesta dell’applicazione “degli esiti del referendum sull’acqua”; alla richiesta della “chiusura immediata dei Cie e la cancellazione della legge Bossi-Fini”, oltre all’espressione “di solidarietà al giornalista Giovanni Tizian minacciato dalla criminalità organizzata” e così via: una curiosità, si chiede, tra l’altro, al Parlamento di riabilitare i tanti militari della Prima Guerra Mondiale ingiustamente fucilati e puniti per non aver sopportato quell’ingiusto ed inumano massacro!

La partecipazione al congresso è stata molto alta, con presenti 579 delegati/e su 592, pari al 98%, con più di cento interventi di rappresentanti di circoli, di comitati territoriali e regionali provenienti da tutte le parti di Italia. Per quattro giorni si è discusso di come rendere il sistema associativo Arci adeguato al grave momento che attraversano l’Italia e l’Europa, delle innovazioni necessarie per attrezzarsi a svolgere un ruolo in modo sempre più efficace in un’epoca segnata dalla più grave e lunga crisi del dopoguerra. Tutto molto interessante, i lavori, gli spunti e le proposte emerse, tante le esperienze raccontate, insomma, un’esperienza grande e bella. Eppure…

Eppure, alla fine, i lavori del XVI Congresso nazionale dell’Arci si sono conclusi con un nulla di fatto: perchè la platea congressuale ha ritenuto opportuno non procedere subito alla elezione dei nuovi organismi dirigenti e del presidente, si è invece scelto di riconvocare l’assemblea entro il 30 giugno per adempiere a questi obblighi, mentre l’associazione sarà retta sino ad allora da un comitato di reggenti composto dal presidente nazionale uscente Paolo Beni e dai presidenti dei comitati regionali.

Coma mai? C’è stata nella sostanza una spaccatura che ha riguardato soprattutto la gestione dell’associazione e il ruolo della direzione nazionale e, nonostante il dialogo, le due anime non hanno trovato un accordo. La novità di questa nuova tornata congressuale che prevedeva per la prima volta dalla fondazione dell'Arci due candidature, Francesca Chiavacci e Filippo Miraglia, invece di una condivisa come era stato fino ad ora, non ha portato un risultato unitario. Semplificando, da una parte chi guarda di più ai “movimenti” (che insiste sulla necessità di promuovere sempre nuove iniziative per stare al passo con i tempi), dall’altra chi guarda maggiormente al radicamento sociale (e non vuole che i tanti soci ad esempio delle case del popolo, tra cui gli anziani che magari le hanno costruite, non credano che il loro voto e le loro attività non contino più o siano in secondo piano). Iniziativa politica ed attività ricreative culturali si sono scontrate, più che confrontarsi.

Ma era proprio inevitabile tale frattura? I due fronti erano entrambi composti da associati convinti che la forza dell'Arci del futuro dovesse stare nei territori: da lì si deve ripartire. La mancanza di accordo, invece è legata alla funzione nazionale: deve o non deve mantenere un ruolo guida, e quale? Una scelta non da poco perché si tratta di sapere, ad esempio, come decidere quali progetti ed iniziative promuovere.

Le delegazioni di Emilia Romagna (con l’eccezione della dirigenza del Comitato di Bologna), Toscana, Piemonte ed altri, che rappresentano la massima parte dei soci Arci, si sono schierate da una parte ben precisa.

Alla fine, ad un occhio “esterno” la frattura, se veramente esiste, pare che non sia in realtà tanto grave e che avrebbe dovuta essere ricomposta. A questo punto emergono un dubbio ed una certezza: non è per caso che sotto sotto ci siano “giochi di potere”? E soprattutto, la dirigenza nazionale ha veramente fatto tutto il possibile per evitare un esito del congresso che al momento pare inglorioso, o invece ha mostrato inadeguatezza e scarsa capacità di mediazione e direzione, che è appunto, quello che si chiede ai capi?

A questo punto manca comunque poco per vedere come andrà a finire, perché entro giugno i delegati dovranno ritrovarsi per decidere (finalmente) i nuovi organismi previsti dallo Statuto, cioè Comitato nazionale e, a seguire, presidente, vicepresidente e gli altri organi.

 

(Marco Pelliconi)