Il Parlamento è la casa della democrazia.  Gli dobbiamo rispetto. Anche quando i suoi inquilini non ci piacciono.

Le sedute che la Tv ci mostra hanno una funzione terapeutica. Ci aiutano a ritrovare autostima.

Ascoltando gli “eletti” troviamo conforto alle nostre debolezze, ci convinciamo di avere qualità sottovalutate, pensiamo che nessun traguardo ci è precluso.

Per un Paese avvilito è una sensazione persino più corroborante del taglio dell’IRPEF.

I politici, si sa, prima o poi si contraddicono da soli. Sulla legge elettorale lo fanno tutti.

Indignandosi per l’incoerenza degli altri senza darsi cura della propria. Con sprezzo del ridicolo.

Partiti che hanno portato donne in Parlamento solo per testimoniarne l’esistenza in natura addebitano a chi ne ha eletto un numero pari a quello degli uomini di essere insensibili al problema.

Il M5S, che ha votato, come un sol uomo, contro l’emendamento che introduce le “quote rosa” rimprovera al Pd di essersi diviso sull’argomento.

Il segretario del Pd pospone un principio di civiltà, che nulla ha a che vedere con la stabilità delle maggioranze e dei Governi, all’accordo con un uomo che ha più volte dimostrato in quale considerazione tenga le donne.

Che si impegni a rispettare la parità di genere nelle liste del Pd è importante, anche se non è la stessa cosa.

E’ una battaglia perduta, ma, forse, non è il caso di scatenare una guerra.

Una legge elettorale nuova è la condizione per ripristinare una fisiologia democratica.

Va approvata adesso, anche se non è la migliore delle leggi possibili.

Il suo valore più grande è che, alle prossime elezioni, comunque votino i cittadini, assegnando i propri favori a due, tre, dieci partiti, anche al culmine della più irrazionale delle frammentazioni democratiche, qualcuno vincerà, l’Italia avrà quello che da tempo le manca, un Governo stabile ed omogeneo.

Non più coalizioni innaturali, nessuno potrà sottrarsi alle sue responsabilità, nessuno vivrà più di rendita sull’ingovernabilità. Tutto sarà più chiaro, onesto, normale.

Le preferenze non segnano il confine della democrazia. In alcuni sistemi ci sono, in altri no. Non sempre selezionano i migliori, a volte hanno favorito i peggiori. Non molti anni fa un referendum le ha abolite.

Erano i padri e i fratelli di chi oggi le pretende. Così va il mondo. Nessuno degli attuali parlamentari è stato scelto direttamente. Senza tuttavia indignarsi. Chiedere la reintroduzione delle preferenze ci sta, si può riprovare. Ci vorrebbe solo un po’ di prudenza, e di memoria.

Comunque la si pensi su questo divisivo capo del Governo un fatto è certo: senza Renzi, senza l’accordo con Forza Italia, stante l’indisponibilità del M5S, che trova più comodo criticare che fare, oggi, alle Idi di marzo dell’Annus Domini 2014, non sarebbe in votazione nessuna legge elettorale, buona o cattiva.

Nemicus Renzi sed magis amica veritas, potremmo dire con Aristotele, si può detestare il segretario del PD ma si deve rispettare la verità.

Qualcosa si muove.

E non ci sembra vero.

 

(Guido Tampieri)