Bologna. “Totò e Vicè”, lo spettacolo di Enzo Vetrano e Stefano Randisi, tratto da un testo dell’autore siciliano Franco Scaldati, andrà in scena dal 3 al 13 aprile prossimo all’Arena del Sole di Bologna. Poesia pura e, come tale, efficace antidoto alla sfiducia dei tempi di crisi e ancora di più alla retorica sulla bellezza che da qualche tempo pervade l’ambiente mediatico e sociale, rischiando di svuotarne il senso, perché questo spettacolo è vera bellezza. L’abbiamo visto nelle ultime settimane non al Teatro comunale di Imola come avrebbe meritato, ma al teatro “Lolli” nella rassegna “Il marzo delle donne” organizzata dall’associazione culturale Tilt sensibile, come sempre, a quanto si muove nel teatro contemporaneo. Una replica per un pubblico limitato vista la capienza del teatro ma che molti imolesi potranno vedere nei prossimi giorni a Bologna.

Lo spettacolo ha debuttato al Festival di Radicondoli (Si), il paese di Luciano Berio, poi a Palermo (città d’origine di Vetrano e Randisi) per andare a Milano e poi a Roma per un’unica rappresentazione al Teatro “Argentina” e ancora a L’Aquila, Rimini, Trieste, Messina, Bologna, ritornerà a Roma prossimamente. Mi raccontano Enzo e Stefano di aver rilevato reazioni sorprendenti come la lettera di Vittorio Bergnacca, segretario del Cardinal Martini. Un lungo testo, che mi leggono, dove l’autore con uno stile che sembra influenzato dalla sospensione del mondo di Totò e Vicè incoraggia alla diffusione dello spettacolo e di testi come questo, di cui il mondo,oggi, ha tanto bisogno. “A Milano il cantante Marco Mengoni”, racconta Enzo, “ci ha aspettato fuori del teatro e, commosso, ci ha espresso tutto il suo apprezzamento e la sua meraviglia, mentre a Trieste, in piazza, mi sono sentito chiamare “Vicèèè!” e girandomi vedo un signore che mi racconta di essere partito da Anzio (Roma) dopo  aver ascoltato per radio, nel corso della trasmissione “Dove sta Zazà”,  un brano dello spettacolo, per venire a Trieste a vederlo”. In tempi di anestesia collettiva imperante, non è male.


Chi sono Totò e Vicè?

“Totò e Vicè”, dicono Enzo e Stefano, “sono due personaggi realmente esistiti negli anni ’50 a Palermo. Due clochard che vagavano tutto il giorno per le strade della città intenti a filosofeggiare e, spesso, a litigare. Sempre insieme, suscitando la curiosità della gente. Franco Scaldati li seguiva osservandone gli atteggiamenti e catturandone i dialoghi. Di qui nasce l’ ispirazione per il testo teatrale che avrebbe poi scritto. Non solo. Scaldati raccoglieva i commenti e i racconti di chi li conosceva, per scrutarli meglio. Scaldati, che aveva fondato la compagnia ‘Teatro del sarto’, aveva scritto il testo per sé e Gaspare Cucinella con cui lo rappresentò. Era scritto in palermitano stretto, al punto che perfino i palermitani stentavano a capirlo. Noi abbiamo tradotto il testo e l’abbiamo reso più comprensibile per tutti, lasciando solo qualche espressione in siciliano”.


Franco Scaldati, il sarto drammaturgo

Franco Scaldati, scomparso poco più di un anno fa, era un autore “per caso” che ha scritto grandi piéce di teatro contemporaneo. Chiedo a Enzo e Stefano di parlarmi di lui. “Scaldati faceva il sarto. Cominciò a scrivere di teatro perché gli commissionarono dei costumi di scena, una circostanza che ha avuto il pregio di svelare, evidentemente, una sensibilità latente per il teatro e un talento di scrittore da cui hanno preso vita diversi testi drammaturgici per il teatro popolare”. Chiedo se abbia mai visto il loro spettacolo. “Sì”, dice Stefano, e in siciliano, “ci disse: ‘potete fare quello che volete’, quando gli dicemmo di volerlo mettere in scena”. “A Palermo – continua – venne a vedere lo spettacolo. Al termine siamo andati a prenderlo dalle ultime file in cui sedeva, lui, tipo molto schivo, per portarlo sul palco. Ci fu un’ovazione. Ci disse che avevamo messo qualcosa di più, di particolare. Noi pensiamo che questo di più sia l’atmosfera che abbiamo creato attorno a questo testo”.
“Un’atmosfera poetica – aggiunge Enzo – che abbiamo ritrovato anche negli articoli di giornalisti che ne hanno scritto ricorrendo ad un linguaggio insolitamente poetico, per lo stile in genere adottato nelle recensioni di stampa”.

Perché Totò e Vicè
“La scelta di questo testo è stata istintiva. Subito vi ci siamo riconosciuti. Abbiamo riconosciuto la nostra storia, eravamo noi e in questo senso è una scelta anche autobiografica. E’ un testo che suscita e incontra la poesia che c’è in noi” dicono i due attori e registi. E infatti Totò e Vicè li incontriamo in diversi momenti del percorso di Vetrano e Randisi negli ultimi anni. Un primo frammento fu inserito nell’omaggio che alcuni allievi di Leo De Berardinis (oggi tutti noti e veterani del teatro) organizzarono a Bologna presso la Caserma Sani dal titolo “Molti pensieri vogliono restare comete”, poi li ritroviamo nello spettacolo “Fantasmi” inseriti fra personaggi pirandelliani. Li troviamo più tardi in una versione ridotta del testo di Scaldati nell’ambito della rassegna da loro diretta “Acqua di Terra, Terra di Luna” nel 2012 a Imola, nel piccolo anfiteatro di via Serraglio. “Abbiamo scelto questo spettacolo per chiudere l’edizione della rassegna estiva imolese, l’ultima, dopo che gli amministratori dei Comuni che da 11 anni (dal 2001) ci avevano sostenuto, hanno deciso di chiuderla, contrariamente a quanto avremmo auspicato. Una sorta di testamento non casuale che, per quanto ci riguarda, lascia un sospeso e tanta amarezza”.

Lo spettacolo oggi in tournée è stato integrato, per una versione più lunga. Poco più di un’ora di poesia pura, in cui la vita e la morte si liberano attraverso le domande di senso e gli interrogativi esistenziali che continuamente i personaggi rivolgono ad un tempo a se stessi e l’uno all’altro. Domande semplici, elementari, quelle delle persone comuni e financo dei bambini, mai banali, che tuttavia tendono ad indagare il mistero dell’esistenza calandosi nelle sue profondità.  Le risposte rimangono sospese, latitanti come il mistero stesso e in questa latitanza rappresentano una sfida per tutti noi, una chiamata in causa che porta individualmente e collettivamente a fare i conti con la coscienza del vivere.

L’errare di Totò e Vicè che con le loro valigie camminano  lungo il binario di una ferrovia, introduce al viaggio che ci accomuna, un viaggio che attraversa dimensioni diverse, al punto che si arriva a chiedersi se questi due personaggi siano carne e ossa o spirito. Sono un invito alla vita, al nutrimento dell’anima e, nell’intenzione di Vetrano e Randisi, anche un invito alla riflessione sulla necessità della poesia e del teatro come re-azione e sulla loro funzione politica. Impossibile non emozionarsi e commuoversi, grazie anche alla bravura di due attori che, capitalizzando l’insegnamento dei loro maestri, concepiscono lo stare in scena come un momento dell’essere più che di recitazione. Essere i personaggi è dimenticare la funzione dell’attore, è un’azione di verità come ben spiegano nel bellissimo film dedicato alla drammaturgia di Pirandello “Per mosse d’anima” trasmesso da Rai 5 nel gennaio di quest’anno e dove ritroviamo anche Totò e Vicè, cioè loro, nel percorso narrativo pirandelliano.

Diablogues, la svolta
Enzo Vetrano e Stefano Randisi  approdano a Imola nel 1979 con la compagnia palermitana “Daggide” diretta da Beppe Randazzo. “Allora c’era il teatro di gruppo, dove non era difficile entrare e dove si recitava per improvvisazione” dicono Enzo e Stefano, “un altro teatro rispetto a quello di oggi”. Il loro è un percorso lungo, costellato di esperienze diverse come attori e registi, una gavetta fatta con maestri come, oltre Randazzo, Michele Perriera e Leo De Berardinis.

Nel 1983 inizia la collaborazione con “Nuova scena” , il teatro stabile di Bologna che aveva sede allora presso il Teatro Testoni e, per un periodo, diretto da Leo. In questi anni vede la luce la trilogia dedicata alla Sicilia, “Il principe di Palagonia”, “Mata Hari a Palermo” , “L’isola dei Beati” su cui è stato pubblicato un volume “La trilogia della Sicilia”, che sarà presentato il 9 aprile prossimo. Dal 1988 al 1990 mettono in scena “Don Giovanni”, “Giardino d’Autunno”, “Ghiaccio in Paradiso”.

Nel 1994 nasce l’associazione “Diablogues”, “per noi un passaggio fondamentale, una sorta di rinascita, una nuova fase della nostra storia” dice Stefano . La nuova fase vede la produzione di “Diablogues” e “Beethoven nei campi di barbabietole”. In questi anni si cimentano in una rilettura dell’Opera di Nino Martoglio, autore siciliano,  con “La Martogliata” e “L’arte di Giufà, bizzarrìa comica in due tempi”. Nel 1999 inizia la collaborazione con Le Belle Bandiere di Elena Bucci e Marco Sgrosso con i quali producono “ Mondo di carta”, “Il berretto a sonagli”, “Anfitrione”, “Il mercante di Venezia” e “Le smanie per la villeggiatura” con il quale vincono, nel 2007, il prestigioso premio Eti per il teatro, all’Olimpico di Vicenza.

Interrotto il sodalizio con le Belle Bandiere, Vetrano e Randisi danno vita alla stagione pirandelliana: una ricerca e una lettura contemporanea del teatro di Pirandello per cui si aggiudicano il Premio Hystrio nel 2010. Nell’ambito di questa ricerca mettono in scena “L’uomo, la bestia e la virtù”, “Pensaci Giacomino” e “I giganti della Montagna” che vince nel 2011 il premio “Le maschere del teatro italiano”come miglior spettacolo dell’anno. I prossimi progetti? “Continueremo a lavorare sugli autori siciliani e in particolare su Leonardo Sciascia con un progetto su ‘L’onorevole’” concludono Vetrano e Randisi.

Vetrano e Randisi, una coppia del teatro italiano, si può dire indissolubile, dopo tanti anni, unita da quella particolare visione del teatro che li accomuna e che ne mette in valore le rispettive differenze.  E’ un peccato che Imola dove vivono da anni, non sappia, nonostante le passate e temporanee collaborazioni col Teatro Comunale, valorizzare la loro arte per qualificare l’offerta culturale del territorio capitalizzandone l’esperienza e perdendo un’occasione per investire sul futuro della cultura, del teatro e sulla crescita di giovani talenti.

(Virna Gioiellieri)