Bologna. Si può lavorare per 4 euro l’ora? Si che si può, anche per meno: per tre o per due…

Quando descrivevo i primi lavoratori “atipici” nostrani a metà anni novanta spesso mi imbattevo in una categoria molto nota negli States: i “working poors”, i lavoratori poveri, gente che lavorava anche 10 ore al giorno ma viveva da homeless: dormiva in macchina, mangiava hamburger scadenti e non aveva accesso alle assicurazioni sanitarie.

Da noi in Italia, a quei tempi, era una categoria ancora  misconosciuta: il povero era generalmente associato al disoccupato. Chi aveva un lavoro – per quanto modesto – non poteva rientrare in quella categoria.

Abbiamo fatto grandi passi avanti e adesso ci siamo adeguati: vent’anni di liberismo selvaggio e di erosione dei contratti e delle garanzie hanno portato anche da noi i working poors.

 

Da alcuni giorni l’Università di Bologna, la più vecchia del mondo, è in fermento, ma non si tratta degli studenti. Sono i portieri dipendenti della Cooperservice che ha in appalto i servizi guardiania a protestare per loro paghe da fame: si lavora a tempo pieno e si portano a casa, se va bene, 600 euro che non bastano neanche per l’affitto.

Lavoro in nero, truffa, bieco sfruttamento illegale di mano d’opera? Macché, tutto regolare. Regolare l’Università, visto che il Rettore Dionigi deve far mettere a bando questi servizi dalle centrali d’acquisto nazionali; regolari i sindacati, a cominciare dalla CGIL, visto che i contratti previsti dai bandi li hanno firmati anche loro; regolari le Cooperative, a cominciare da Coopservice che quei contratti li applica alla lettera.

 

Tutto questo non accade negli  spietati States, dove oltre alle aziende pure le città come Detroit devono dichiarare “fallimento”, ma in una notissima e civilissima città simbolo della ”sinistra” europea. E non accade in un campo di pomodori sperso all’interno del Casertano, ma nell’Ateneo dov’è Rettore un prestigioso intellettuale di sinistra, che deve osservare leggi e regolamenti varati da governi di sinistra, con contratti siglati da sindacati di sinistra e applicati da cooperative di sinistra.

Tutto regolare, tutto “clean” come direbbero oltreoceano. Allora cos’è che non va?

Va che non si vive più e le prospettive per i lavoratori, i precari e i disoccupati sono sempre più cupe.

Si dirà che è il mercato capitalista che produce una concorrenza spietata, ed è la competizione globale che produce e diffonde povertà locale.

Tutto vero. Poi ci si aspetterebbe che il mestiere della sinistra sia quello di combattere le disuguaglianze e lo sfruttamento e non di adagiarvisi sopra.

Ma questi son dettagli…

(Paolo Soglia)

 

Ultimora: pare che dopo giorni di sciopero e blocchi degli ingressi alle aule da parte dei portieri, l’università e i sindacati abbiano concordato di aumentare i compensi ai dipendenti Coopservice di 100 euro lordi al mese… la lotta paga (almeno un po’).

Prossimamente però sarà varato dal Governo Renzi (di sinistra?) a firma del ministro del Lavoro di sinistra il cosiddetto “Jobs Act” che prevede l’estensione fino a  tre anni del contratto a termine, senza causale, con possibilità di interromperlo fino a otto volte nel triennio. E quando sono finiti i tre anni si ricomincia da capo: auguri.