Da noi si chiamano comunemente serenelle, o sirene. Sono quelle belle infiorescenze di un colore tra il viola e l'azzurrino che altri chiamano lillà. Quei fiori profumatissimi di primavera li conosco da sempre, ma che potessero diventare il simbolo della Liberazione di Imola l'ho capito molto dopo. Nella storia della Seconda guerra mondiale le serenelle sono certamente un dettaglio, ma carico di un significato profondo: un segno di gioia, di speranza. Di serenità?

Dettagli, dicevo, dettagli imolesi: nelle memorie di Rosa Maiolani, che ricorda di avere visto i soldati polacchi in divisa britannica avanzare per la via Emilia “coperti di serenelle in fiore”; nelle foto scattate allora, che mostrano nelle piazze o nelle strade della città ufficiali dell'esercito liberatore con rami di serenelle in mano.
Aprile 1945. Gli Alleati alle porte di ImolaÈ il pomeriggio di sabato 14 aprile 1945 quando truppe del 2° Corpo d'Armata del generale Anders, inquadrate nell'VIII Armata britannica, entrano in Imola. Li guidano alcuni partigiani, che li hanno agganciati avvisandoli che i tedeschi si sono ritirati dalla città. Ora le campane delle chiese suonano a distesa, rintocca anche la campana del palazzo comunale. Sono le 17.15 circa.

Si vivono ore indimenticabili. Dopo un lungo inverno di fame sotto l'occupazione tedesca, dopo rastrellamenti, fucilazioni e torture sotto il regime della RSI, la repubblica mussoliniana, dopo i bombardamenti degli angloamericani, sta per arrivare la pace. La città è distrutta, ma la ricostruzione può cominciare.

Il “Corriere Alleato” del 18 aprile successivo racconta: “Gli abitanti di Imola hanno dato un caloroso benvenuto alle truppe liberatrici. Primi ad entrare in città sono stati reparti polacchi chImola. Soldati alleati nel prato della Roccae avevano attraversato il Santerno verso il tramonto del giorno 14. Il loro arrivo è stato entusiasticamente salutato dagli imolesi. Domenica sono continuate le manifestazioni di gioia: le strade rigurgitavano di folla acclamante all'indirizzo dei soldati alleati, mentre l'arrivo di truppe italiane che hanno partecipato alla liberazione della città, […] è stato accolto con commovente entusiasmo”.

Certo la scia del dolore continua nelle famiglie di chi è morto, nelle famiglie di chi è prigioniero e ancora non torna, di chi è disperso nel grande cataclisma della guerra. L'odio abita ancora in molti cuori, e il ritrovamento degli ultimi uccisi dai nazifascisti in fuga alimenta il desiderio di vendetta. Il circuito della violenza stenta a chiudersi. Si chiuderà, benché non subito. La riduzione delle pulsioni più distruttive, il ritorno a una civiltà di rapporti, anche questa è una ricostruzione da cominciare. Più difficile, forse, e certamente non meno importante di quella delle case.

15 aprile 1945. Imolesi con le serenelle per i liberatoriMa nelle prime ore di libertà, la felicità esplode per le vie cittadine. Per festeggiare i liberatori gli imolesi raccolgono nelle aie delle case di campagna e nei giardini rami di serenelle fiorite. E i giovani polacchi sfilano col fucile in mano, l'elmetto piatto in testa, e i fiori donati dagli imolesi.
Alcuni si fermano in Imola, ma altri debbono riprendere la marcia, verso Castel San Pietro, verso Bologna, dove giungono il 21 aprile. Giungono? Non tutti. E lo ricorda il grande cimitero polacco di San Lazzaro, con la sua selva di oltre 1400 croci bianche.

Venivano, questi soldati, da un lungo periplo, un'odissea che attraversa tutta la seconda guerra mondiale e molte terre tra Europa e Asia. Aggredita da ovest nel 1939 dalla Germania nazista, occupata da est dall'Unione Sovietica per le clausole del patto Molotov – Ribbentrop, la Polonia vide in breve cancellata la sua esistenza. Dal giugno del 1941, quando 1944-45. La Liberazione della RomagnaHitler aggredì l'URSS, molti polacchi furono sospinti più a oriente, dentro i territori russi. Qui non ebbero vita facile. Senza evocare l'episodio a lungo mal conosciuto delle fosse di Katyn, dove i sovietici abbatterono migliaia di ufficiali dello sconfitto esercito polacco, anche la popolazione civile subì violenze, spoliazioni, deportazioni. Quando però l'esercito tedesco giunse alle porte di Mosca, la capitale sovietica, si aprì a questi prigionieri-profughi una via di uscita. In accordo con il governo polacco esule a Londra e con la Gran Bretagna, l'URSS autorizzò la costituzione di un loro Corpo d'Armata che avrebbe combattuto a fianco degli inglesi. Dai campi di internamento e dalle carceri si produsse allora un esodo di migliaia di uomini, accompagnati talora dai famigliari. Attraversate le repubbliche sovietiche dell'Asia, i polacchi passarono in Iraq e in Iran, per giungere infine in Palestina, sulle sponde del Mediterraneo dove si svolgeva una guerra dagli esiti ancora incerti. Combatterono i tedeschi a Cassino, e proseguendo l'avanzata tra Appennino e mare Adriatico, dopo la battaglia di Ancona forzarono a Rimini la porta della Romagna, che nell'autunno del 1944 era quasi tutta liberata. Il fronte si fermò tuttavia al Senio per un lungo inverno. Certo il più duro vissuto in Imola e negli altri territori ancora sotto i tedeschi e i fascisti della Repubblica sociale.

Aprile 1945. Polacchi si riposano sulla strada per Castel S.PietroI soldati polacchi non giunsero a Imola prima del 14 aprile 1945, e Bologna fu la loro ultima tappa nella guerra per la Liberazione dell'Italia. Lungo le strade del nostro paese avevano perduto molti dei loro. Oltre che nel ricordato cimitero di San Lazzaro e in quello di Montecassino, dove poi volle essere sepolto anche il loro comandante Wladyslaw Anders (Blonie, 1892 – Londra 1970), altre centinaia di soldati polacchi ebbero la loro sepoltura a Casamassima di Bari e presso il Santuario Mariano di Loreto.

In questi momenti, mentre il calendario delle ricorrenze nazionali corre verso il 25 aprile, pur senza rimuovere le immagini di morte e di dolore – retaggio di ogni guerra -, è bene aprire il cuore anche a immagini liete. L'augurio per la tenuta della pace e della civiltà può nascere anche da questo dettaglio del 14 aprile imolese: il fiore profumato della serenella, fiore della Liberazione.

(Giuliana Zanelli)