Per chi risiede a Imola da almeno due generazioni la denominazione Cogne (ora Cognetex) significava prestigio e lavoro. Dalle miniere di ferro della Val D'Aosta il metallo si trasformava in acciaio e in tecnologia che assumeva la forma e la sostanza di macchine tessili, apprezzate e vendute in tutto il mondo. Ci sarà ancora qualcuno che si ricorda dei due “fischioni”? Quelli che scandivano i turni di lavoro delle due più grandi aziende in Imola, la Cogne appunto e la Cooperativa Ceramica. I due sibili ben udibili anche a distanza non scandivano unicamente i ritmi del lavoro, ma finivano per definire il ritmo della città intera. Cinque minuti prima delle otto un sibilo minore avvertiva dell'imminenza del più grosso, ultimo avviso per non entrare in ritardo, i negozi aprivano i battenti, ultimi preparativi dei ragazzi per l'appuntamento con la scuola, frettolose casalinghe si incamminavano per gli acquisti e la città cominciava a vivere. Quello del mezzogiorno era l'appuntamento per il meritato pasto e un poco di sosta; due ore precise dopo il secondo avviso per il rientrare al lavoro e, finalmente, alle sei in punto la fine della fatica e l'avvicinarsi della sera, della cena, del riposo e di qualche ora di svago negli affollatissimi caffè con i tavoli per il gioco delle carte o i primi apparecchi televisivi, squadre di appassionati rotolavano le bocce nel prato della rocca e, d'estate, una passeggiata fino al “Polo” per un gelato. Udendo i potenti sibili c'era chi rimetteva gli orologi o chi ridacchiava per l'anticipo ora di un segnale ora dell'altro: “Ue! Inco' la Ceremica la ruba un minut” oppure “A'la Cogne, 'sta matena, i sè indurmintè!”.

Ora eccole qua, le ultime maestranze della (ora) Cognetex, davanti all'ingresso di quella che è per loro la fonte di sopravvivenza, di dignità, di libertà e si stringe il cuore leggendo le parole a caratteri grandi scritte sullo stendardo rosso che sembra essere messo lì a difesa di un ingresso che, di qui a poco, potrebbe chiudersi definitivamente. Poco lontano, la sede dell'altro “fischione”, la Cooperativa Ceramica, altro orgoglio e prestigio per la città, non presenta una situazione lavorativa ed economica troppo diversa: conta e riconta di esuberi, progetti di solidarietà, litigi tra soci e non soci e prodotti (bellissimi e di qualità eccellente!) che si fatica a vendere.

Non sono passati secoli, non occorre più il lento trascorrere del tempo per ridefinire equilibri economici e sociali, per assistere a mutazioni che sconvolgono le nostre vite, ma bastano pochi anni, troppo pochi, per una ricerca fattiva di nuovi orizzonti e di equilibri più giusti e innovativi. Distratti, tutti noi, da accecanti specchietti per allodole, rintronati da sirene che quelle di Ulisse erano di poco conto, piegati da “leggi” nate per pochi ma a discapito di molti, non ci siamo accorti che tutto, ma proprio tutto, attorno a noi stava mutando e non in meglio.

Il fantasma del denaro che tutto può ci ha resi insensibili alle grida di chi, vicino a noi, ne era privo, unitamente alle menzogne e alle false lamentele di chi ne aveva troppo, tanto troppo da non sapere più che farsene. Come si suol dire, in tali situazioni, la strada era decisamente in discesa e la bicicletta senza freni, con in fondo un baratro profondo ma eravamo troppo impegnati in questa corsa senza senso per avvederci del pericolo, del danno, della catastrofe.

Uomini e donne in atteggiamento di protesta davanti alla loro fonte di lavoro e di sostentamento è uno spettacolo tanto disumano e triste quanto, purtroppo, frequente: assistervi ci fa sentire piccoli, impotenti poi, dopo riflessione, colpevoli, chi più e chi meno, ma colpevoli. Colpevoli di superficialità se non di cecità verso politiche dissennate troppo attente alle rendite di posizione e troppo poco a quelle produttive, politiche troppo intente a definirsi di qualità unicamente in base all'abbigliamento impeccabile o troppo legate al disastroso persistere di legami tra “amici”.
Il momento del conto è arrivato e come sempre ci sarà chi pagherà di più (e già sta pagando!) pur avendo avuto meno: la giustizia dell'uomo.

Giovani che non riescono ad iniziare la vita alla quale hanno diritto, anziani che possono solo contare su redditi ben lontani da poter garantire loro un minimo di dignità, genitori che, all'improvviso, non sono più in grado di garantire una vita serena alla loro famiglia e troppi silenzi da parte di chi, nel potere decisionale, si limita a fornire palliativi e lontane oltre che improbabili speranze, quando non continuità di un sistema ingiusto e bugiardo. Possiamo continuare a salire nelle nostre luccicanti e ultima-moda auto, estrarre i nostri super-telefoni oramai capaci di tutto, sfoggiare capi di abbigliamento ricchi di simboli di distinzione, continuare nel trascurare i diritti e i bisogni di chi ci sta accanto ma è dentro di noi che dobbiamo guardare per poter avere certezze, dignità, serenità. Ci sono ancora dubbi?

(Mauro Magnani)