Per desiderare che Renzi fallisca bisogna essere pazzi o grillini.

L’alternativa è affondare nelle sabbie mobili o suicidarsi, come i topi della favola, seguendo il richiamo ipnotico di squinternati pifferai che vogliono trascinarci fuori dall’Europa. Il Paese è esasperato, le sue strutture civili logore, i gruppi dirigenti in gran parte inadeguati. La fragile trama della democrazia si sta smagliando.

Accade, scriveva Ralph Dahrendorf, allorquando i suoi prudenti, bilanciati rituali, non riescono a dare le risposte rapide ed efficaci. La tentazione di semplificare i percorsi si fa, allora, forte. Anche l’approfondimento sembra un peso e il confronto una perdita di tempo. Fare le cose rischia di diventare più importante che farle bene. E’ a questo punto che la politica da la misura di sé.

Della capacità di cambiare quello che va cambiato perché è giusto e utile farlo, senza troppo concedere agli umori e alle convenienze. A deturpare il volto delle istituzioni spesso sono le colpe degli uomini e non la loro conformazione. La Costituzione degli Stati Uniti, che ha 250 anni, ha subito molti meno cambiamenti della nostra, nata nel dopoguerra. Così potremmo dire dell’ordinamento inglese, densamente affollato eppur funzionante.

I costi debordanti della politica vanno tagliati ma i costi della democrazia sono indispensabili al suo funzionamento. Se troppi consiglieri regionali rubano non per questo bisogna cancellare le Regioni, forse basta metterci uomini onesti.

Non è sbagliata in sé la concertazione sociale ma può esserlo la testa di chi ne scrive i contenuti: quelli concordati da Ciampi erano eccellenti, e giovarono all’Italia. Dipende, tutto dipende.

Renzi ha il piglio giusto. L’albero va scosso. Il rischio, diceva Freud è che i mulini macinino la farina così adagio che la gente muore di fame. Rilegittimare le istituzioni è indispensabile. Le riforme, da tempo attese, sono un’iniezione di fiducia. Anche se poi sarà l’economia a dire l’ultima parola. Non c’è nessun intento autoritario nelle sue proposte.

Chi lo sostiene opera una forzatura, speculare a quello che accusa di conservatorismo i dissidenti. Non è per responsabilità di persone come Grasso che le riforme non si sono fatte. I problemi non nascono da un eccesso di approfondimento ma dalla sua mancanza. E’ così che i gattini diventano ciechi.

Ridurre il numero dei parlamentari, deputati compresi magari, è un obbiettivo condiviso, come il superamento del bicameralismo perfetto. Non è quel che si elimina ma ciò che rimane che suscita pensieri diversi. Manifestarli, per chi abbia a cuore le sorti del Paese, è perfino un dovere.

Tutto questo ci riporta a un punto, non nuovo per la verità. Legato alla vastità del campo riformatore, al desiderio onesto di tanta gente di partecipare alla rinascita dell’Italia. Renzi ha il diritto di provare a fare quel che i suoi predecessori non sono riusciti a realizzare.

Si può apprezzarne l’intenzione, sostenerne lo sforzo e discuterne i contenuti?

Ci si può sottrarre alla sterile contrapposizione amico-nemico? Si può essere cittadini senza essere etichettati, senza appartenere a qualcuno, senza dover dire sempre si o sempre no? Agire per libero discernimento?

Si può essere Renzi senza essere tacciato di autoritarismo e Zagrebelsky senza essere considerato un conservatore? Si può essere liberi di stimare e criticare Bersani e di confidare in Renzi senza vendergli l’anima? Si può ritenere che il prezzo della speranza non sia l’accondiscendenza?

Che si possa appartenere ed essere. Meravigliosamente diversi. Responsabilmente uniti. In un’impresa comune. Rispondetemi di sì, vi prego.

 

(Guido Tampieri)