Nel novembre del 1943, praticamente in concomitanza con l'inizio della guerra di Liberazione, nascono, a Milano, i “Gruppi di difesa della donna” e per l'assistenza ai combattenti per la libertà (G.D.D.). L'iniziativa viene presa  da alcune donne che facevano riferimento alle forze politiche che componevano il Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N.) ma che rivendicano per la nuova organizzazione un carattere indipendente . Con essi prende il via e si concretizza la Resistenza civile contro il fascismo e l'occupazione tedesca. L'atto costitutivo, molto chiaro e determinato, indica  la necessità di un'azione capillare nella società civile, che si dispieghi diffusamente nella rete delle relazioni sociali. Essi comunicano e fanno divulgazione con volantini, comunicati (alcuni dei quali conservati negli archivi storici dell'U.D.I.) e  tramite un giornale di larga diffusione “Noi donne”, nato nel 1937 in Francia per opera di  donne esuli antifasciste. Gli obiettivi sono : diffondere fra le donne la persuasione della lotta contro il traditore fascista e il tedesco, sabotare la produzione e le azioni del nemico, isolare i traditori e creare attorno ad essi un clima di disprezzo, raccogliere denaro , viveri, medicinali, indumenti per i combattenti internati in Germania e i prigionieri antifascisti, fare in modo che la cultura “attraverso il libro e la parola rischiari la via della liberazione , riaffermi il desiderio della lotta e ne insegni i modi e le possibilità, mostri come l'Italia, liberata, potrà diventare davvero la madre degli italiani” (dall'atto costitutivo e programma di azione dei G.D.D.).

 Il ruolo decisivo delle donne nella guerra di liberazione
Inizia una mobilitazione capillare che vede le donne svolgere un'azione fondamentale senza la quale la lotta di Liberazione non avrebbe probabilmente avuto successo. Tanti i ruoli e le funzioni svolti di assistenza e di diretto apporto alla lotta partigiana: da quello più noto della staffetta, a quelli di informatrice, portaordini, collegatrice , infermiera . La lotta dei G.D.D. è una lotta senza armi ma non meno incisiva e importante, che si esprime negli scioperi, nel nascondere i renitenti alla leva e gli antifascisti ricercati, nella rivendicazione dei generi alimentari e nel contrasto al mercato nero, nel sostegno concreto alle famiglie degli uomini che avevano scelto di partire per combattere. In alcuni casi la mobilitazione delle donne impedisce il successo di rappresaglie evitando la distruzione di  beni necessari. Si organizzano corsi per l'acquisizione e la diffusione delle competenze utili a qualificare  l'azione delle attiviste, asili nido, servizi di assistenza e cura. Un'attività invisibile e tuttavia non meno rischiosa. A Imola il 29 aprile 1944, durante una manifestazione di donne per il pane, Livia Venturini e Rosa Zanotti  vengono uccise dalla milizia fascista che spara sulla folla. Come ha scritto la storica torinese Anna Bravo, “Si parla, sulla scorta del sociologo e psicologo francese Jaques Sémelin di resistenza civile, a indicare una pratica di lotta che rappresenta in tutta l'Europa occupata la risposta in prima persona della società alla pretesa nazista di dominio e sfruttamento sulla sua vita e sulle sue strutture , una lotta che ha per soggetti  i/le civili e che si serve non delle armi , ma di strumenti immateriali come il coraggio morale, la duttilità, l'astuzia, la simulazione e la dissimulazione , la capacità di manipolare i rapporti e di cambiare le carte in tavola ai danni del nemico”. Le donne non hanno quasi mai fatto ricorso alle armi, nella loro partecipazione alla Resistenza, anche se diverse di loro ambivano farlo. Gli uomini che avevano parte attiva nella guerra partigiana erano poco propensi ad ammetterle alle azioni di combattimento, le preferivano in ruoli di sostegno e supporto, anche se non mancavano le eccezioni. Una banda partigiana attiva in Emilia Romagna sui 200 componenti contava 80 donne, capeggiate da una pellicciaia bolognese, Novella Albertazzi (nome di battaglia “Wanda”).

 Una visione lungimirante
La  mobilitazione dei G.D.D. in Italia esprime l'attenzione costante alla difesa delle condizioni di vita, basata su principi di equità nella gestione delle scarse risorse ed è caratterizzata anche da una comune visione di un  futuro che immagina il riconoscimento e l'ampliamento dei diritti per le donne.  A questo proposito l'atto costitutivo dei G.D.D.  orienta l'impegno attivo su precise richieste  fra cui il diritto al lavoro in impieghi che non compromettano la salute delle donne e quella dei loro figli, la parità salariale fra donne e uomini, l'assistenza e il congedo per il periodo pre e post parto, la partecipazione all'istruzione professionale per non essere adibite solo ai lavori meno qualificati, l'accesso a qualsiasi professione in base a criteri di merito e di scelta. Chiedono inoltre di partecipare alla vita sociale, nei sindacati, nelle cooperative, nei corpi elettivi locali e nazionali.  Ai G.D.D. prendono parte donne di ogni ceto sociale e condizione professionale, alcune con maggiori consapevolezza ed esperienza politica, altre mosse semplicemente dalla volontà di contribuire attivamente alla riuscita della guerra di liberazione per un Paese democratico e per la pace. In questa visione di futuro e sulla scorta del protagonismo assunto nella Resistenza le donne aspirano e si aspettano, a guerra finita, la realizzazione di un miglioramento  concreto e significativo delle proprie condizioni di vita e del loro ruolo politico , sociale e istituzionale.  Tale aspirazione si fonda sulla capacità dimostrata di esercitare un ruolo attivo attraverso l'aggregazione unitaria e indipendente attorno a obiettivi comuni, che le propone a tutti gli effetti come soggetto politico portatore di istanze specifiche per la ricostruzione del Paese.  In realtà questo percorso non troverà nei partiti della Costituente la sensibilità e l'apertura culturale necessarie a riconoscere alle donne una funzione che non sia prevalentemente vocata all'azione nella sfera famigliare e della vita privata, anche se 21 saranno le donne elette nell'Assemblea Costituente e nel 1946 verrà introdotto il suffragio universale

 La storia sommersa
La funzione svolta dalle donne nella Resistenza non è stata per molti anni un tema oggetto di approfondimento e ricerca storiografica, sottaciuto dalla storia ufficiale. Esse compaiono nei racconti e in gran parte della documentazione che tratta di questo periodo storico come protagoniste di alcuni episodi che le vedono vittime di azioni o di sacrifici estremi  particolari. Ci vorranno la ricerca e gli studi storici sviluppatisi soprattutto dagli anni '90 del secolo scorso in poi, grazie al lavoro di molte storiche e ai documenti raccolti scritti e orali, conservati negli archivi storici dell'U.D.I. (Unione Donne in Italia)  che costituiscono una preziosa base di indagine e approfondimento, per raccontare la parte invisibile di questo percorso storico, senza la quale non si spiegano molte vicende dei decenni successivi. Un percorso ricco di moltissime storie anonime, eroiche nella loro ordinarietà che meritano di essere portate alla luce e nominate nella memoria collettiva per una visione corretta della storia che non si fondi e non si esaurisca in una narrazione prevalentemente fondata su vicende belliche  e sul protagonismo di uomini di potere.  Al 15 aprile 1945 sono 40.000 le donne attive nei G.D.D, di cui 11.000 in Emilia Romagna.  L' esperienza dei Gruppi di Difesa della Donna e quella dell'U.D.I. , allora esistente in comitati provvisori, si fonderanno  nell'ottobre del 1945 in occasione del 1° Congresso nazionale dell'U.D.I. a Firenze a cui partecipano le delegate provenienti da 78 provincie in rappresentanza di 400.000 iscritte. Da quel Congresso è nata formalmente l'Associazione U.D.I. con una rivista di riferimento “Noi Donne” a diffusione nazionale e  con il preciso obiettivo di dare continuità ai principi informatori di quelle esperienze e di fondare un movimento per i diritti e l'emancipazione delle donne come soggetto attivo nella determinazione dell'Italia democratica.

 

(Virna Gioiellieri)