La scommessa di chi, come me, invecchia in una città di provincia è di potersi incuneare nella Grande storia attraverso frammenti rinvenibili in uno stretto raggio d'azione. Del resto, mi dico, quanto sono fortunati gli storici del Medioevo (e più è “Alto”, più grande è la fortuna) a dover ricostruire il colore di un'epoca da un pugno di pergamene: resistentissime come materiale scrittorio, ma poche, pochissime. E prima ancora, gli studiosi dell'antichità, che su di un frammento di ceramica o l'ansa di un'anfora ragionano intorno a flussi commerciali, influenze culturali, abitudini alimentari. Altro che Sherlock Holmes!

Nel nostro cartaceo e iperburocratico Novecento, invece, la sovrabbondanza di documenti – giornali e archivi pubblici – ci porta dentro a un labirinto senza fine, dove il senso che vorremmo trovare si fa confuso. Ecco allora una via d'uscita: il dettaglio, lo scampolo di cronaca. La Storia è già qui, se vogliamo leggerla. Prese così da vicino, le vicende epocali che appassiscono nei manuali di scuola divengono di una concretezza coinvolgente. Immersa nel più vasto flusso del divenire umano, la piccola tessera strappata al Tempo produce un vitale cortocircuito tra l'evento di grande portata e la dimensione locale.

Pellizza da Volpedo, 1901. Quarto Stato Consideriamo, ad esempio, il Primo maggio, Festa dei Lavoratori. Nacque simultaneamente in varie parti del mondo e ha lasciato fin dalle origini diversi segni a Imola e nel Circondario. Era il 1890 e non ci fu bisogno di alcuna rete telematica per sapere quel che si stava organizzando a livello mondiale. Bastava la tenacia di un sostenitore del Quarto stato come l'imolese Andrea Costa che, tra un soggiorno nelle galere d'Italia e un altro a Parigi in esilio, fiutava l'aria nuova che correva dall'America all'Europa. Primo, e per anni unico, deputato socialista al parlamento italiano, egli cercava di incanalare le tensioni degli “operai” – fornaciai, braccianti e manovali disoccupati, lavandaie, piccoli artigiani, apprendisti di bottega, contadini senza terra… – verso rivendicazioni concrete. E quando i socialisti europei vollero organizzare una Festa Internazionale dei Lavoratori come giornata di lotta, in particolare per le otto ore giornaliere (ricordiamo che anche il sabato era lavorativo), Costa, allora esule, se ne fece promotore. La data fu scelta in memoria della manifestazione di Chicago del maggio 1886 quando migliaia di operai avevano incrociato le braccia per rivendicare migliori condizioni di lavoro. C'era stato l'intervento della polizia con uccisioni, arresti, condanne al carcere e impiccagioni.

Castel San Pietro, 1° maggio 1891 - volantino diffuso e sequestratoIl 1° mggio 1890 venne organizzato come giornata di sciopero e manifestazioni. In ogni dove, nell'imminenza dell'evento, le autorità di governo si allertarono. Nel nostro territorio si erano diffuse precise aspettative. Ne troviamo l'eco su giornali come “La lega democratica” di Imola, e “La Vespa del Santerno” di Tossignano-Imola 1890. Divieto di manifestazione per il 1° maggioFontanelice. Perciò non senza motivo il sottoprefetto Cacciò aveva diramato fin dal 25 aprile un avviso ove, allo scopo di “provvedere alla tutela dell'ordine pubblico e della libertà del lavoro”, vietava “passeggiate collettive” (vale a dire cortei), assembramenti e riunioni in luoghi pubblici, che sarebbero stati sciolti con la forza. Fu quel che accadde, almeno a Imola. Una cronaca locale ci informa che nelle piazze presso il Municipio si erano formati gruppi di dimostranti. Agli abitanti della città si erano uniti parecchi operai di campagna intervenuti dalle vicine frazioni del Comune ed in ispecie dal Sesto Imolese. La truppa caricò diverse volte la folla con la baionetta in canna. Solo l'intervento del sindaco Ugo Tamburini e dell'assessore Luigi Sassi riuscì a evitare il peggio.

Da quella volta il 1° maggio entrò nel cuore dei socialisti e dei democratici di tutto il mondo e la manifestazione venne indetta ogni anno. Là dove il movimento operaio era già forte, le attività lavorative venivano sospese. Chiudevano per qualche ora negozi, scuole, uffici pubblici. Nei comuni grandi e piccoli del Circondario imolese vari documenti, come volantini sequestrati dalla polizia e numeri unici sul tema, raccontano il fervore per la preparazione della giornata. Non fu senza contrasti che la festa venne legalizzata. Alle prime mosse c'era stata anche una fiera opposizione degli anarchici, che la consideravano un'iniziativa “riformista”, di rinuncia alla rivoluzione sociale.

Nel 1893 a Imola l'amministrazione democratica, “rea” di avere pubblicamente incoraggiato la celebrazione, venne sciolta per decreto reale. Ma alla fine del secolo, dopo la stretta reazionaria con la sanguinosa repressione dei moti di Milano del maggio 1898, lo scioglimento ovunque delle organizzazioni più progressiste persino del mondo cattolico, arresti e perquisizioni, si ebbe una significativa ripresa del movimento operaio. L'uscita nell'autunno dell'anno stesso di un nuovo periodico socialista dell'Imolese dal titolo programmatico de “La Lotta”, ne fu un segnale eloquente.1° maggio 1915. Venti di guerra

A Imola invalse abbastanza prsto la consuetudine della scampagnata collettiva. Ancora dalla cronaca locale: Più di millecinquecento persone si sono radunate nel pomeriggio nel recinto delle Acque Minerali ad una modesta merenda per festeggiare la festa del Lavoro. Tutti portano fiori rossi e molti sul cappello la scritta “Viva l'amnistia”. Parlano applauditi Marabini [Anselmo], Zambrini e Luigi Sassi. Si legge l'adesione dell'On. Costa alla festa, in mezzo agli evviva al suo nome. Regna grandissimo entusiasmo. Era il 1899 e da allora il parco divenne il luogo privilegiato della manifestazione popolare. Ai primi del Novecento i cattolici, sollecitati dall'enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, raggiungevano in competizione e polemica con i socialisti il terreno della battaglia per i diritti dei lavoratori.

L'emblema di quella giornata fu ben presto il garofano rosso. Nel 1901 ne volle cantare anche il giovane poeta Luigi Orsini con una lirica intitolata “Dïanto porpureo”, traduzione – nel suo linguaggio aristocratico ed estetizzante alla D'Annunzio – del più comprensibile “garofano rosso”. Certo più chiare erano alle masse in lotta e in festa gli appelli di FilippoTurati al “riscatto del lavoro”, parole del noto inno che ancora oggi accompagna le manifestazioni del 1° maggio.

Per anni le masse continuarono ad aderire alla giornata. Neppure la tragica guerra del 1915-18 ne offuscò il ricordo. Negli anni del fascismo la festa fu cancellata dai calendari, ma non dal cuore di molta gente, e fu occasione di manifestazioni clandestine. Rinacque con la Liberazione. Ora è difficile capire quale senso diano i cittadini al 1° maggio, se ancora sentano nel profondo il valore della difesa dei diritti dei lavoratori, qualunque essi siano nel presente in cui navighiamo confusamente e con fatica.

Nelle occasioni pubbliche politici e amministratori ricorrono frequentemente a parole quali “radici” e “identità”, espressioni che forse andrebbero usate con maggior parsimonia, valutandone con attenzione il peso. Nella Festa dei Lavoratori anno 2014 raccogliamo alcuni ricordi e documenti: per alimentare e rinnovare nel tempo a venire il senso di una festa di portata mitica.
(Giuliana Zanelli)

Nota. Un'importante sintesi storica venne promossa dai sindacati confederali di Imola nel primo centenario della festa: Valter Galavotti, Quel giorno di maggio. 1890-1990; circoscritto nel tempo e assai documentato il saggio di Marco Pelliconi, Imola e il 1° maggio 1893, “Pagine di vita e storia imolesi” n. 5.