“Il sabato del disagio”, una (de)lirica di Mario Cacciari

Me ne tornavo ier dalla Romagna
quasi al calar del sole
– eran l’ore diciotto, o diciannove –
con un treno veloce e di gran mole.

Sbarcando alla stazion
del nativo mio bel borgo selvaggio
mi fermo ad ascoltar:
tal è il fragore,
che d’avanzar ormai perdo il coraggio.
Fin da qui lo si sente,
mi scoraggia e mi afferra:
quasi  mi butta a terra
e l’orecchie m’offende.
I motori rombando
nell’Autodròmo, in corsa,
e l’àere ammorbando
fanno un tristo romore!

E intanto riede alla sua (parca) mensa,
piangendo, un professore.
Pensa, il tapino, ai dì del buon riposo,
quando ancor giovincello in verde età
solea studiar con quei
ch’ebbe compagni all’università.
L’indomani, domenica, sarebbe
stato di sette il più tranquillo giorno;
girellando d’intorno,
nei parchi cittadini, in compagnia
di dolci forosètte
si poteva sognar un po’ di quiètte (*)
e bere l’Acque, a ristorar la sète.

Ma s’oggi l’aria è bruma
diman non sarà gioia,
porcaccia troia,
e l’eterno romore
recheran l’ore.
E pur se in casa resterai tappato
(e scòrdatelo il prato!)
da quel frastuono tu sarai inseguito
e in cor rimpiangerai quel Gran Partito
per cui sempre votasti. E or sei pentito…

(*) La famosa licenza poetica…