Lugo (Ra). Qualche segnale di ripresa c'è, anche se convive con i colpi di una crisi che continua a macinare chiusure di aziende e crescente disoccupazione. Ma qualche cosa di nuovo, appunto, appare all'orizzonte e proviamo a fare il punto con un importante imprenditore lughese, Rino Melandri.

Che fare per intercettare segnali di ripresa.
““Partiamo dal dollaro, perché è troppo caro. Oggi il rapporto è 1,38 dollari per un euro e quindi chi non ha contenuti tecnologici ne prodotti non riesce a vendere. I tedeschi se lo possono permettere (a mio avviso anche se il dollaro arrivasse a 1,70) perché hanno prodotti fortemente innovativi e quindi sono comunque richiesti dai mercati. Oggi noi avremmo bisogno, per le aziende italiane, di un dollaro collocato a 1,20””.

Quindi soltanto le aziende molto avanzate sono in grado di competere...
““Penso ad aziende come la Ferrari,come la Technogym, tanto per fare nomi conosciuti da tutti: hanno un prodotti ad alto contenuto tecnologico e sono in grado di affrontare il mercato globale e quindi esportare. Se vogliamo, poi, stare sul livello locale gioco in casa: la Diemme esporta il 90% della produzione. Sono manufatti che hanno una lunga storia, investimenti nella ricerca che continuano ancora oggi e quindi sappiamo essere competitivi con tutti””.

Ma ci sono le aziende che non hanno queste caratteristiche.
“”Proprio così, ed un esempio è il cosiddetto settore del bianco (lavatrici, lavastoviglie frigoriferi…). Queste aziende sono in crisi perchè lì la concorrenza è enorme, a partire dai tedeschi.
Ma sono anche aziende molto grandi, che occupano migliaia di persone: ogni giorno producono grandi quantità, i margini d'azienda sono molto bassi e con questo dollaro sono tagliati fuori dal mercato delle esportazioni””.

Come si deve riorganizzare il sistema produttivo italiano?
““Prima di tutto bisogna affrontare il tema del costo del lavoro. E' già alto, ma il vero problema è la redistribuzione di questo costo. Noi spendiamo troppo nei contributi e abbiamo dei sindacati che fanno la predica alle aziende e sono loro i primi a non presentare i bilanci.
Però ci danno sempre delle lezioni: è colpa nostra se non investiamo, se non facciamo tornare le aziende delocalizzate, e altro ancora. Ma se non si creano le condizioni per investire in azienda, non vi va lontano. E quindi va ridefinita la questione del costo del lavoro.
Oggi i mercati sono severi. Prendiamo il caso della Fiat: ha rimodernato gli impianti in Italia, ma gli investimenti sul prodotto li ha fatti soltanto in America. Qui ha promesso grandi cose per l'Alfa Romeo, ma le ha solo promesse, tanto è vero che il mercato non ha certamente premiato le dichiarazioni di Marchionne. Staremo a vedere””.

E cosa possono fare le piccole e medie aziende per diventare più forti e competitive?
“”A mio avviso tutto è più semplice di quel che può sembrare. Devono guardare ai territori dove sono presenti le università e i centri di ricerca. Devono quindi investire con convinzione nel futuro. Io ora sono impegnato, con una mia azienda, a definire un progetto che ritengo importante. Ho cercato una rapporto con l'Università di Bologna e lì ho trovato un riposta molto positiva. Da dove parto? Dal fatto che queste ricerche alle quali sono interessato vengono seguite nel paradiso dei ricercatori, il Massachusetts Institute of Technology (Mit), e quindi chiederò che due nostri giovani ricercatori possano andare là per studiare e lavorare al progetto. In un certo senso dobbiamo ricominciare a fare formazione, esattamente come stanno facendo i nostri grandi concorrenti””.

Quale ruolo può avere lo Stato in questo contesto?
““Ci deve lasciar stare, non ne abbiamo bisogno. Se può deve guardarci con simpatia, perché siamo in grado di investire nei giovani da soli””.

(m.z.)