Il dito medio di Piero è un'arma impropria.
Smisuratamente lungo, bitorzoluto, se venisse usato allo scopo che convenzionalmente è associato alla sua esibizione potrebbe fare male, molto. Si dice che Piero, da giovane, avrebbe voluto fare l'urologo. Gli fu impedito. Per precauzione.
Il gesto rivolto agli ultras del Torino che lo insultavano senza motivo è, dunque, doppiamente ingiustificabile. Per il ruolo istituzionale del Sindaco di Torino e perché la reazione, ai sensi del diritto internazionale, deve ritenersi sproporzionata alla minaccia.
Sull'inopportunità di un gesto entrato ormai nella storia della comunicazione, un modo moderno di manifestare un'ostilità incruenta, al quale non si sottrae il gentil sesso, si può essere tutti d'accordo.
Come sull'errore di non riconoscerlo, scusandosi per uno scatto di nervi che a tutti capita di avere quando siamo sotto pressione. Potremmo fermarci qui, sorridendo sull'episodio, che non fa mai male, e attestandoci sul politicamente corretto.
Se non fosse che la circostanza richiama un problema sul quale val la pena di porsi qualche domanda. E' lecito che in questo Paese chiunque, meglio se in branco, insulti chi più gli aggrada, preferibilmente un amministratore pubblico?
Sul web o allo stadio, in tv o in strada, per qualsivoglia motivo, per nessun motivo. Senza che questi possa difendersi. Perché nei suoi confronti vige una presunzione di colpa, mentre il disagio generato dalla crisi solleva dalla responsabilità delle parole e dei gesti l'aggressore. Che sia un uomo provato dalla vita o un cialtrone, una vittima o un carnefice.
O è il caso di cominciare a preoccuparsi?
Provando a ridisegnare, come è accaduto in altri, ancor più tragici momenti, dentro una crisi cui non sono estranei il degrado del tessuto civile e il logoramento delle relazioni umane, i tratti di una convivenza che non rinuncia alla critica ma la esercita seguendo codici di tolleranza e di rispetto.
Accomunare tutto e tutti nel discredito, salvare solo sé stessi, sempre e comunque, offrire giustificazione sociale alla violenza che si è insinuata nei rapporti tra le persone non è espressione di un'indignazione rigeneratrice ma di uno smarrimento collettivo.
Guardarci allo specchio, questa è la prima cosa da fare, anche se quel che vediamo non ci piace.
Lo dobbiamo alla gente decente, sospinta ai margini dei modelli di comportamento e della considerazione sociale.
Non c'è un'unica sorgente del male che contamina quel che sarebbe, altrimenti, bene.
Non è la politica che contagia gli stadi, che ispira la malavita, che diseduca al rispetto, che spinge all'aggressione anche a un passaggio pedonale.
La politica ha la responsabilità di non essere meglio, come invece dovrebbe, di fornire esempi del peggio, perfino nelle aule del Parlamento. La sua colpa non è di essere un potere forte, come si dice, ma di non esserlo, di non garantire, di non guidare. Le radici del malessere sono più profonde ed estese.
Quando le cose non vanno bene, la gente è scontenta. Giudica i risultati prima che i comportamenti.
Molti hanno tollerato a lungo quelli cattivi, li hanno giustificati, apprezzati perfino, malgrado fossero evidenti i guasti etici e culturali che producevano, finché le cose non sono precipitate.
E' di lì che bisogna ricominciare, da un cambiamento di paradigma, da un metro di giudizio nuovo sulle persone e sul bene comune.
Dalla rabbia che diventa tolleranza, rispetto, speranza.

(Guido Tampieri)