Nella prima decina d’anni dopo la fine della guerra, molti di noi stavano meglio in sezione che a casa, soprattutto d’inverno. Le nostre case erano fredde, invece in sezione si stava bene, al caldo e tutto il resto. Soprattutto per gli argomenti di discussione. A casa si parlava raramente, e quando accadeva, la conversazione era schiacciata sulla banalità quotidiana. Il gatto non si vede da tre giorni. Forse qualcuno se lo è mangiato. Il maiale cresce poco. E’ ormai tempo di alimentarlo col mais, ma i soldi sono pochi. Mingò, il padre di Francesco, cugino di secondo grado di quell’amico di tuo fratello che secondo noi è un poco di buono, è rimasto secco: un colp séc. Però era già avanti con gli anni, forse settanta. Tugnì stamattina presto l’hanno trovato addormentato nel cesso (quello comune nel cortile), dove di solito si metteva in attesa che l’amante di sua moglie si decidesse ad andarsene. Batesta, operaio di Marini, che l’avevano messo a governare i conigli, perché in fabbrica si infortunava continuamente (non per autolesionismo per stare a casa, era proprio maldestro), se era quasi massacrato una mano che era rimasta incastrata nello sportello della stia dei conigli. E così via.

Invece in sezione si discuteva di cose grandi. Di guerra e di pace, di bomba atomica, dei “successi” del socialismo, dei paesi sottosviluppati, della lotta al colonialismo, delle grandi lotte operaie e di quelle per la democrazia e in difesa della Costituzione. Il partito. Per noi, al nostro livello, il partito stava sopra lo Stato. Il bene del partito sopra tutto, anche a costo di fregare lo Stato e le sue articolazioni. Stalin era il capo di tutti noi. Era il più grande combattente per la pace. Senza di lui non ci sarebbe stata pace. La pace poi doveva essere “lunga e duratura”, che implicitamente voleva dire che non poteva essere permanente. La democrazia ci avrebbe portato al socialismo, dal quale non sarebbe stato più possibile tornare indietro, e il cui sbocco sarebbe stato il comunismo, in base ad un ineluttabile sviluppo della storia (a pensarci, viene da ridere e da piangere). Vuoi mettere , rispetto a casa?

Le riunioni. Una relazione degna di quel nome durava almeno un’ora. Ci offriva un ampio quadro della situazione internazionale, per scendere poi ai vari livelli sottostanti, fino ad arrivare, per esempio, a proporre interrogativi su quanto avrebbe dovuto essere grande lo stand gastronomico della festa dell’Unità. Il compagno inviato dalla Federazione per concludere la riunione, con un intervento che di norma non sarebbe stato più breve della relazione, seguiva tutto, sorreggendosi la testa, gravata da tutto il sapere del partito, con la mano sinistra sotto il mento. Il dibattito era quasi sempre allineato con la relazione. Se qualcuno muoveva qualche obiezione, dopo una breve schermaglia gli veniva chiesto se credeva di avere ragione lui o il partito, che era “il partito”. Spesso il poveretto era preso dallo sgomento. Come: io, il partito. E come faccio. Io, così piccolo, e il partito, che è tutto. Per cui l’attenzione e la discussione vera si concentrava, nel caso dell’esempio, sulle dimensioni dello stand gastronomico. Un compagno si rivolge ad uno che aveva partecipato alla riunione di cui all’esempio: “Ieri sera non sono potuto venire alla riunione. Cosa avete deciso?” Risposta: “Abbiamo riconosciuto che il partito ha sempre ragione e deciso che lo stand gastronomico deve garantire trecento posti.”

E’ di quel periodo la seguente storiella. Due amici, entrambi  iscritti al Pci, discutono tra loro. Uno partecipa sempre alle riunioni di partito e l’altro mai. Il primo rimprovera il secondo e alla fine della filippica gli dice: “E poi, se non vieni, non imparerai mai a conoscere bene Giuseppe Stalin e tutto quello che fa per noi.” Il secondo gli risponde: “E tu conosci Jusef di Fiumazzo e quello che fa per te?” Allora il primo, spazientito ribatte: “Ma chi sarà mai questo Jusef, e poi a confronto con Stalin. E cosa potrà fare per me uno che non conosco nemmeno.” Il secondo: “Jusef è quello che va a trovare tua moglie, tutte le sere che vai alla riunione”.

Poi c’erano i corsi di base. I corsi Lenin, Stalin, Togliatti, Clara Zetkin per le donne. Per la zona Borse si tenevano in una saletta di via Pisacane. E’ successo verso la fine del corso Stalin, nella cui dispensa si affermava quanto ho ricordato prima, e cioè che la pace era merito solo di Stalin. In quella occasione mi è venuto il primo dubbio: “Ma come è possibile che la pace nel mondo dipenda dall’esistenza e dall’operato di una sola persona, e solo di quella?”
Accanto a tutto questo però c’era la guida di questo partito e della Cgil. Ci hanno insegnato a lottare per il lavoro nel senso di occupazione e di contrasto allo sfruttamento. Ci hanno guidato in quelle lotte. Lottavamo anche per le “riforme di struttura”, parte delle quali sarebbero venute negli anni ’60 e ’70. Allora queste riforme erano una speranza, mentre quelle di oggi sono una minaccia. In quegli anni, la tensione e contrapposizione tra Pci e Dc, hanno impedito sia all’uno che all’altra di combinare disastri.

Poi, a sinistra, il ventesimo congresso del Pcus e l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Urss, produssero uno tsunami travolgente. Miti infranti. Certezze sbriciolate. Faticosa e conflittuale ricerca di nuove basi per la sinistra. Ma non intendo andare oltre quel periodo.
Voglio solo dire che, rispetto al livello culturale  di allora di quelli come me, il partito ci ha insegnato molto, ma sempre solo nell’ambito del cosiddetto “marxismo-leninismo” e della “via italiana al socialismo”, la quale non riconosceva il valore universale e permanente della democrazia, fatto che costituiva una pesante ipoteca sulla politica del partito. Per cui: riconoscenza, ma anche rimprovero per non averci aiutato a maturare una conoscenza culturale a tutto campo. Con il tempo, la visione di parte di noi, con la lettura e la contemporanea riflessione sulle vicende storiche e su quelle in corso, si è allargata e approfondita, facendoci vedere sempre nuovi orizzonti. E ora siamo quel che siamo.

(Rino Gennari)