Per raccontare una storia non c'è bisogno di inventarsi nulla. Si può raccontare una vicenda che conosciamo a memoria e tuttavia creare ancora stupore, emozione e aspettative come se la ascoltassimo per la prima volta.

D'altronde sono secoli che ci tramandiamo storie: rappresentiamo tragedie greche e drammi shakespeariani e non siamo certo annoiati perché sappiamo come va a finire l'Edipo Re o perché conosciamo i dubbi amletici anzi, rinnoviamo nel racconto – sempre reintrepretato – il messaggio di fondo, e spesso ne cogliamo nuovi significati o scopriamo aspetti che non avevamo colto, oppure che avevamo tralasciato.

Può sembrare paradossale, ma è così.

E' la stessa sensazione che ho provato vedendo “Il cielo capovolto”, docufilm ideato dall'amico Emilio Marrese assieme a Cristiano Governa, con la regia di Paolo Muran e prodotto dalla Cineteca di Bologna.

Quella storia noi tifosi la conosciamo a memoria. Anche chi di noi non era ancor nato o aveva appena un anno, come il sottoscritto, e se ne stava placidamente in braccio a sua madre, al mare, a guardare suo padre che camminava nervosamente sulla battigia: per scaramanzia non ascoltava la radio, soffriva troppo, e aveva lasciato il compito alla consorte sporgendosi però continuamente a chiedere: “Allora? Come andiamo?”.

“Il Cielo Capovolto” racconta la storia del settimo e ultimo scudetto rossoblù del '63/'64, di quel campionato pazzesco e di quei giocatori giganteschi, eroici, che si conquistarono uno spareggio e andarono a Roma a vincerlo. Abbiamo imparato come un mantra quella formazione, qualcuno abbiamo avuto anche la fortuna di vederlo ancora giocare quando diventammo un po' più grandicelli e sicuramente non ci manca la memoria storica di quei fatti: il caso doping e la lotta contro la “Lega Lombarda” (che allora non era un partito ma semplicemente l'assise padronal/milanese del pallone). E ancora: la tragica morte del Presidente Dall'Ara avvenuta proprio alla vigilia dello spareggio mentre era a colloquio con il Patron dell'Inter Moratti.

Tutto ci è noto, ma non tutto è conosciuto. E soprattutto anche ciò che è noto è possibile sempre raccontarlo in un modo diverso. Nel film di Marrese si entra direttamente nella Bologna degli anni '60: il lavoro di ricostruzione storica fatto utilizzando i filmati d'epoca della RAI, dell'Istituto Luce, della Cineteca e dell'archivio di Home Movies ti riportano direttamente in quel clima.
Perché “Il Cielo Capovolto” non è la storia di una memorabile squadra: è la storia di come una città, Bologna, ha vissuto l'indimenticabile stagione di una memorabile squadra. Una città che viveva le gesta rossoblù nella quotidianità di un paese, l'Italia, che finalmente, dopo vent'anni stava per lasciarsi indietro il dramma della guerra (pur ancora così presente). Una città che tra una vittoria col Lanerossi Vicenza e un pareggio a San Siro assisteva sgomenta alla tragedia del Vajont raccontata dalla tv in bianco e nero o si interrogava sul futuro del mondo dopo l'omicidio di Kennedy.

Con una felice intuizione gli autori hanno mescolato gli ingredienti, gli eroi sportivi, con i protagonisti dell'epoca, a cominciare dal sindaco Dozza, ma soprattutto con tante facce note e meno note: tifosi, gente comune e personaggi stravaganti che popolavano la città.

Le scene di fiction sono discrete e non invadenti: servono a fare da collante ai filmati storici, creando l'intreccio, attraverso una serie di “quadri” ricostruiti con attori e comparse (famosi e non) che nella vita – quasi tutti – fanno altro: c'è chi canta, chi scrive, chi fa il giornalista e chi magari all'epoca faceva il calciatore e nel film interpreta l'oste o l'attempato tifoso che in Osteria ascolta la radio. In una scena memorabile Romano Fogli, classe 1938, interpreta l'anziano tifoso da bar con ancora in mano le carte da briscola. Dopo che la velenosa punizione del suo alter ego, all'epoca centrocampista rossoblù, ha trafitto il portiere Sarti portando il Bologna in vantaggio, quasi stupito esclama: “Ma chi ha segnato, Fogli?”.

Anche chi non sa nulla di calcio, o non è tifoso del Bologna, guardando questo lavoro non potrà non suggestionarsi. “Il Cielo Capovolto” è infatti un racconto rigoroso e al tempo stesso delicato, in cui si impara – per esempio – che già negli anni '60 i bolognesi si lamentavano perché “Bologna non è mica più quella di una volta”. Ha il merito di rievocare il passato senza mai cadere nella nostalgia o nell'agiografia. Anzi, vedendolo si esce affamati: fa venire ancora più voglia di futuro.

Perché possiamo pure andare a sbattere ma questa è Bologna, una grande città, e noi siamo il Bologna, una grande squadra. Sempre.

(Paolo Soglia)