L'ombra di Berlinguer

Tutto quello che si poteva dire di Enrico Berlinguer è nelle immagini mute del suo funerale. L'affetto, il dolore, lo smarrimento, quella domanda sospesa: e adesso? Solo gli eroi hanno un'ombra ha detto il regista Akira Kurosawa.
Berlinguer è l'antieroe, ma con lui scompare la guida. Non era uno di noi, era più di noi, ma nostro.
Una riservatezza che non è distanza. Una personalità che induce rispetto ma non esige soggezione.
La dignità, dicono il suo volto antico e le sue parole austere, la dignità è il bene più prezioso di chi deve vendere il proprio lavoro. La dedizione, la rettitudine, il rigore: non fu il solo ma fu unico.
Un esempio per chi cercava conferma ai valori posti a fondamento di una vita e per chi, i più giovani, li stava cercando. Come Alice nel racconto di Lewis Carroll, Enrico Berlinguer se n'è andato ma è rimasto il suo sorriso.
La sua ombra arriva fino ai giorni nostri.
E siamo qui a parlarne, a trent'anni dalla scomparsa, in un mondo diverso che di quella stagione politica ha quasi perso la memoria e del comunismo la nozione. La crisi ha riproposto domande collettive di destino, il bisogno di dar vita a un'unione di popolo che attinga alle sorgenti culturali profonde della nostra “democrazia difficile”, come la chiamava Aldo Moro, per sciogliere i nodi che soffocano l'economia, la società, la politica.
Che deve tornare a rappresentare, suscitare, progettare, per portare a compimento quella che Berlinguer chiamava “la rivoluzione democratica” dell'Italia. E che, per farlo, deve essere restituita alle cure e alla passione della gente. La cittadinanza attiva immaginata dalla Costituzione è il fondamento della democrazia rappresentativa, l'antidoto alla demagogia e al populismo.
Educa le persone a una criticità consapevole, favorisce la selezione dei migliori, aiuta chi deve decidere ad avere il coraggio della responsabilità. Partecipazione e leadership non sono in contrasto, la società ha bisogno di figure in cui identificarsi. Quando c'era Berlinguer il mondo non era migliore. La storia siamo noi, cantava De Gregri, ma era solo un'aspirazione.
Desiderare l'impossibile era la parola d'ordine del maggio francese. I giovani che nel '68 contestavano la cultura, i costumi e la politica quel mondo volevano cambiarlo davvero.
Alcuni, purtroppo, con ogni mezzo. La mia generazione incontrò Enrico Berlinguer, che apparteneva, sotto ogni punto di vista, a quella precedente, lungo la frontiera del cambiamento.
La manovra di avvicinamento del Pci a quella gioventù inquieta che, per la prima volta nella storia d'Italia, aveva accesso ad ogni grado d'istruzione, era iniziata prima.
Tra mille diffidenze e tanta ostilità.
La Sezione universitaria Ho Chi Min di Milano era stata cancellata dal movimento studentesco.
Quella di Bologna, la Giaime Pintor, reggeva a fatica. Gli studenti vedevano nel Pci un ostacolo a un cambiamento che si voleva rivoluzionario. E' Luigi Longo a cogliere la portata di quel moto di liberazione generazionale che investe tutto, dal Vietnam alla scuola, alla sessualità, alla politica.
Il segretario del Pci apre, con un articolo sull'Unità, le porte del partito, come non sarebbe accaduto in tempi recenti, a forze nuove, sollecitandone l'apporto critico militante.
Un'intuizione lucida: le grandi energie civili suscitate dalla Resistenza, che nel dopoguerra erano confluite nel partiti di massa, stavano spegnendosi nelle paludi del correntismo Dc e nel verticismo leninista del Pci.
Il terreno era dissodato, con Berlinguer, nel 1972, l'empatia è stata immediata.
Quell'uomo prudentemente risoluto, ancorato a valori profondi, aveva un carisma mite che conquistava.
Rispettato da tutti, amato dalla sua gente, quasi protetto in quella sua fragilità apparente, seppe essere in quegli anni, per alcuni versi tragici, un punto di riferimento.
La generazione della contestazione, della trasgressione, dell'assemblearismo, si identificò nelle sue battaglie. Ci siamo sentiti rappresentati.
Sono tante le ragioni di una fascinazione che la scomparsa prematura avrebbe fatto entrare nel mito.
Di certo non furono solo politiche, o meglio hanno a che vedere con un modo di intendere la politica prima ancora che con le scelte che ne hanno segnato il percorso.
Scrive San Paolo che nessuno conosce l'uomo se non lo Spirito che è in lui, ed io non commetterò l'azzardo di sfiorare questa dimensione, anche se è proprio l'aspetto valoriale, umano della sua vicenda politica che ha lasciato il segno profondo nella coscienza e nella memoria di tante persone.
Non potrei definire Berlinguer un precursore.
Il suo è un procedere nella continuità, sulle fondamenta culturali gramsciane il suo impianto politico è togliattiano. Togliattiana è la riflessione sull'esperienza cilena e sull'impossibilità della sinistra di governare, in un mondo diviso dalla guerra fredda, col 51%.
Altrove, in Germania, con una sinistra diversa, era stato possibile. I conti con Bad Godesberg non erano stati fatti.
Evviva il socialismo per la libertà era ancora, nei nostri canti, evviva il comunismo.
Non era passato molto tempo da quando, al bar Coop di Massalombarda, l'espulsione di Gino Pascutti, ala sinistra del Bologna e della Nazionale, per un pugno a uno sconosciuto terzino dell'URSS, era stata salutata da un'ovazione.
Le condizioni erano tuttavia mature per lo strappo da Mosca che, con coraggioso lucidità, Berlinguer opera, decretando la fine della spinta propulsiva del sistema comunista.
L'URSS con l'atto di forza che soffoca la primavera di Praga ha certificato la sua irriformabilità.
L'internazionalismo socialista non esiste più, cancellato sulle rive di un piccolo fiume di confine, l'Ussuri, dall'eresia cinese di Mao Tse Tung.
Il sogno di una società libera e giusta è morto nei gulag. Ricordo ancora, a Dubrovnik, dove eravamo in compagnia di Davide Visani, l'incontro con Roland Le roi, direttore de L'Humanité, le sue critiche al ritardo del Pci nel prendere posizione sui crimini dei gulag.
Il Pcf di Marchais che, privo dell'apporto culturale di Gramsci, era rimasto a lungo su posizioni staliniste, aveva abbracciato la causa dei dissidenti, che noi continuavamo a guardare con diffidenza. Molti pensavano fossero manovrati dagli americani.
Berlinguer è espressione del suo milieu, riassume i pensieri e i sentimenti che, in forma vaga e diffusa, sono presenti nella società del tempo, li interpreta, da loro forma politica.
Quando li forza, come nel caso della sua costruzione politica più ardita, il compromesso storico, l'esperienza si presta a valutazioni controverse.
A distanza di tempo ma anche allora.
Oserei dire che solo la sua autorevolezza poteva farla accettare dalla base del Pci, che ne salutò la fine, malgrado la tragicità degli eventi che concorsero a farla cessare, come una liberazione.
Il suo messaggio più attuale, quasi profetico, è, come spesso accade, quello rifiutato: l'austerità, non subita, non imposta dalla crisi ma scelta.
Una visione umanistica, credo, prima che ecologica. Con Papa Francesco si sarebbero piaciuti.
Berlinguer ci lascia al tramonto di un'epoca. Quelli della rinascita post bellica sono stati gli anni migliori della Repubblica, per anelito civile, fermento culturale, qualità delle classi dirigenti.
La storia dell'ultimo ventennio la conosciamo.
Avremmo più che mai bisogno di uomini come lui, come Zaccagnini, come La Malfa.
L'attualità di Berlinguer è qui, nei mali da cui non riusciamo a guarire e nella forza morale che serve per affrontarli. Lascia l'eredità più grande, il rimpianto.
Voleva una politica bella e pulita.
Anche noi.

(Guido Tampieri)