Finalmente sono stati eletti gli otto Sindaci della Bassa Romagna, ultimo quello di Lugo, con le rispettive Giunte ed i Consigli Comunali. La democrazia ha dunque fatto il suo corso, con la competizione elettorale, le liste civiche, i volti nuovi (competenza e capacità di indirizzo li vedremo più avanti, dunque inutile esprimere pareri, anche se legittimo ed umano farlo) e diversi programmi, più o meno innovativi, più o meno adeguati all’azione pubblica, che la crisi e la società richiedono. Su otto Sindaci eletti, sette fanno riferimento – anche se con toni e formule diverse – al Partito Democratico per cui è opportuno che la nostra riflessione si concentri su questo soggetto, l’unico, per chi scrive, in grado di decidere con quale progetto di lavoro si possono affrontare i prossimi mesi se non si vuole esaurire la spinta democratica proveniente dal momento elettorale. Che cosa serve dunque per l’azione futura?

Serve la politica, ecco ciò che dovremmo promuovere, per elaborare e rivendicare soluzioni per l’azione pubblica, costruendo ed offrendo spazi per quella che Fabrizio Barca ha definito la “mobilitazione cognitiva”, cioè un progetto politico da sottoporre al confronto con le molteplici e limitate conoscenze, per imparare ognuno qualcosa, confrontare errori, cambiare posizione, costruire assieme soluzioni innovative per stare meglio e strumenti ed idee per realizzarle.

E non devono esserci timori, laddove la competizione è stata aspra, dove l’opposizione (ma perché non cominciamo a definirla minoranza politica, concetto che induce posizioni più costruttive!) si preannuncia in termini di sfida sui bisogni e sulle risposte del governo locale.  Perché le forze politiche o le liste civiche che si raccolgono attorno a culture e convincimenti diversi, di fronte ad intenzioni di operare nel nuovo modo da parte dei Sindaci e delle forze che li sostengono, saranno spinte a rinnovarsi anche esse, dando vita – negli auspici di chi scrive – ad una sfida alta, di rilancio dei Comuni e della Bassa Romagna e del benessere per i loro cittadini.

E non è solo un auspicio, ma forse una necessità: perché sono le idee e le soluzioni innovative maturate dal confronto, necessariamente teso e problematico, di individui con interessi, conoscenze e valori diversi, che possono alimentare e sospingere i nuovi Sindaci nella direzione richiesta di una sperimentazione democratica, interna all’Ente locale ed esterna, che si sta affermando in questa crisi senza precedenti, come unica via che può ridare fiducia e credibilità all’azione pubblica.

Una grande sfida democratica, ecco ciò che abbiamo di fronte, come unico antidoto al dominio della finanza e dei mercati, dei tecnocrati e delle regole senza logica, in un declino inevitabile del capitalismo, perché incurante degli effetti sociali della crisi, con le insopportabili disuguaglianze che ha generato e della Pubblica amministrazione (compresi i nostri Comuni), perchè strutturata su modelli autoritari degli atti, su predefinite regole del gioco, smanie normative, trascuratezza degli esiti delle istruttorie, allungamento delle scadenze utili e rispetto di quelle onerose, con “èlite dirigenziali” (pensiero piuttosto diffuso), sostenute dalla coazione a ripetere e dalla convinzione (si spera minoritaria) che certi benefici, anche economici e non solo, siano garantiti meglio dalla conservazione dello stato attuale delle cose: la sfida democratica si verifica qui, nella capacità dei nuovi Sindaci ed Assessori, di analizzare i processi decisionali e la loro coerenza con l’indirizzo politico, che deve essere il riferimento costante per il procedimento amministrativo, in uscita ed in entrata.

Da un’altra angolazione si può vedere un altro nodo nel “minimalismo organizzativo” degli Enti Locali, come altra ragione della crisi del ruolo democratico dell’Ente pubblico. La soluzione minimalista ha infatti ritenuto che la personalizzazione dei servizi o l’auspicata efficienza imprenditoriale, con i presunti minori costi di gestione ed i minori oneri organizzativi per l’apparato pubblico (tendenza alla delega che semplifica l’impegno diretto), potessero essere risolti esternalizzando ai privati la produzione dei servizi e contrattualizzando i rapporti di appalto sulla base di target e regole predefiniti: ne sono discese conseguenze sui costi o rette a carico degli utenti (mai diminuiti), sul potere di controllo da parte del pubblico, a stento garante della coesione sociale per i servizi trasferiti, sulla gestione quasi monopolistica dell’appaltatore (vedi unico concorrente in gara nei servizi alla persona) o del concessionario (vedi multiutility nei servizi pubblici locali).

Da altro punto di vista, ma sempre sul piano delle riforme democratiche,  è il tema di come potrà essere l’evoluzione del modello dell’Unione dei Comuni, nella sua dimensione istituzionale e politica. Se prevale la tecnocrazia, il doppio modello (Unione tecnica e Comuni politici), può essere la continuazione dell’esperienza in atto, con qualche correzione, ad esempio sulla rotazione della Presidenza, tanti nodi nella scarsa prossimità di certi servizi e nei carichi di lavoro iniqui, con sovrapposizioni di competenze e senza un futuro in cui impegnare i cittadini, non indenni da rischi di disservizi; se prevale la democrazia, lo scenario che si apre ed offerto dal Testo Unico (artt. 15 e 16), è quello della creazione di un sistema istituzionale di oltre 100.000 abitanti, scelto dai cittadini, in grado di competere in modo forte nella nuova Provincia di Romagna, gestito con minori costi (molti di meno di quelli attuali) e nuove risorse da destinare ai bisogni di famiglie, imprese ed alla riduzione del prelievo fiscale.

Ecco allora la prospettiva che si apre per il Partito Democratico:  rendere meno opaca e più democratica la determinazione degli indirizzi delle politiche pubbliche, perché non esistono regole ottime perché elaborate da tecnici al di sopra delle parti e non è provato che pochi soggetti possano avere la conoscenza per prendere le decisioni necessarie nel pubblico interesse.

La tesi di chi scrive, infatti, con queste prime riflessioni, è che non si può avere una forte ed innovativa guida dei governi locali, se non esiste un partito alle spalle che abbia una visione del futuro del territorio e la connessa potenza di mobilitare conoscenze per disegnare il “che fare” e che un’azione efficace è possibile solo se una rete territoriale di cittadini, motivati ed informati, si sentono protagonisti del cambiamento, in quanto esterni alla macchina pubblica, resistente per natura e conservatrice per sopravvivenza, anche se guidata da politici.

Un partito che mobilita, produce e pratica conoscenze sulle azioni pubbliche necessarie per soddisfare i bisogni e le aspirazioni dei cittadini, un partito consapevole che la società è cambiata, con un’ipertrofia dell’io e la diffusione veloce delle conoscenze, fattori che generano conflitto sociale, ma anche indifferenza e lontananza dalla politica, come sta avvenendo con l’astensione dal voto, sia pure minore nei nostri territori ed un certo disordine democratico nella composizione delle idee.

 

(Maurizio Montanari)