Da una cara amica, Marina, ho ricevuto un po' di tempo fa una mail con accluso un filmato di un'intervista al professor Balzani: alcune frasi dello stesso mi sono state riportate per iscritto quasi in forma di “tesi” nel testo della lettera. Non ricordo se ho ringraziato l'amica dell'invio (tra amici, quelli veri, il grazie non importa), ma sono ben certo che quelle poche righe mi accompagnano da allora e le rileggo quasi ogni volta che apro la casella di posta. Cercherò di scriverne il perchè.

Sul senso dei luoghi si costruiscono le ragioni della spesa: se c'è una collettività a sostegno è più facile decidere un investimento. Si fa bingo quando è la società civile ad accompagnare la sua amministrazione nelle scelte culturali dell'urbanistica. Due righe la cui ovvietà e semplicità si fondono con una profondità e con una schiettezza di immagine che stupisce. Può apparire scontata la ricerca del sostegno della collettività, ma a ben riflettere quante volte nelle scelte politiche alle quali abbiamo in qualche modo assistito abbiamo potuto riscontrarla? Quante le volte che con maggiore facilità abbiamo dovuto riscontrare in luogo del detto sostegno il favore al solito amico degli amici? E quante altre volte ci siamo semplicemente stupiti della scarsità del consenso? E che dire del “senso dei luoghi”? Osservare il luogo che ci circonda, scoprirne la natura, la stessa ragione della sua origine e della sua unicità per riuscire ad individuarne il “senso”. Un brivido mi percorre la schiena quando rileggo la frase “scelte culturali dell'urbanistica”: che ci piaccia o no, a parte che noi non ci si definisca asceti, tutto ciò che ci circonda finisce con il circoscrivere la nostra vita, la qualità vera della nostra vita. Se tutto ciò che ci circonda fa parte del nostro universo interiore di gradimento, la nostra giornata può iniziare con un sorriso, in caso contrario, giù la testa e si pensa a come e dove la si potrà rialzare.

Il pregiudizio è un elemento dell'identità delle persone e piuttosto che rimuoverlo, negano l'evidenza. Ho letto qualcosa di simile in Marcuse, tanto tempo fa, quando portavo i capelli lunghi ed indossavo l'eschimo, ma non avevo ancora compreso che io stesso facevo parte della grande e lunga schiera dei coscritti a questa disarmante verità. Tuttavia, tali parole sulla bocca di un  uomo politico non sono comuni e possono assumere valore diverso a seconda dell'occasione o, come vedremo, di un seguito decisamente esplicativo.

E' con processi culturali anche faticosi che si riesce ad alterare le percezioni, senza affrontare di petto i pregiudizi per accompagnare le persone a usare e vivere i luoghi in modi nuovi, a capire la “visione”. I cittadini hanno bisogno di una lettura della città convincente e coinvolgente. Dunque la scoperta e la denuncia del “pregiudizio” non indirizza l'uomo politico verso la denuncia dello stato e quindi la giustificazione del comportamento, ma incita ad individuare la “visione” (quella del collettivo!). La ricerca della lettura della propria città convincente e coinvolgente rivela a tutti noi cittadini la vera natura della politica, intesa come il senso più alto del vivere comune. Non esiste un valore più alto all'interno di una collettività del senso di coinvolgimento all'interno della stessa e del convincimento del valore di tale stato: si riesce a riscontrare armonia e felicità all'interno di un gruppo di persone solo se ci si sente coinvolti  e si è convinti di ciò che si sta compiendo all'interno del gruppo. L'unica arma che possediamo per convincerci risiede nel processo culturale faticoso, nella scoperta e nella valorizzazione del valore delle idee e dei valori di tutti gli altri che con noi si sentono coinvolti nella medesima azione. Il contrario è l'isolamento, la sensazione di solitudine, la faticosa e disperata ricerca di una sponda alla quale approdare.

Se mi metto a pensare cosa vorrei “fare da grande” finisco per condizionare la mia azione amministrativa, lavorando senza programmi futuri personali riesco a fare amministrazione pura, cioè libera. Cosa devo fare per riuscire in tutto ciò? per riuscire a concepire e realizzare un'amministrazione pura, cioè libera? per non vedere condizionata la mia azione amministrativa? La risposta di Balzani è tanto semplice che stupisce: non devo pensare a me stesso nel trascorrere della mia vita, nè farmi insorgere preoccupazioni o pensieri riguardo il mio futuro, nè farmi distrarre da problemi futuribili che sono solo miei personali, nè pensare a me stesso nel trascorrere del mio tempo come una realtà a sè stante: devo semplicemente e unicamente sentirmi coinvolto e convinto di ciò che sto facendo, delle scelte che porto avanti, della qualità della mia azione. Le persone che mi hanno scelto semplicemente pretendono da me che la mia azione sia volta alla loro attenzione, al loro benessere, ai loro bisogni, ai loro sogni.

Chiudo la lettera ancora una volta e mi ritrovo solo nello studio con la ben diversa realtà che purtroppo mi circonda, della quale nè sono convinto e tantomeno coinvolto: una profonda tristezza.

(Mauro Magnani)