Bologna. La corsa per le regionali di ottobre/novembre è cominciata. In cinque (quattro uomini, Bonacini, Richetti, Balzani e Bianchi) e una sola donna (Costi) devono cominciare a raccogliere firme e lavorare per riempire la loro bisaccia di voti perché le primarie si possono anche perdere ma se si perde male si perde la faccia e un po’ di futuro.

Quando Matteo Richetti ha detto “ci sono”, Bonacini ha pensato bene di doverci essere e tutti e due giocano la loro partito dichiarandosi come gli uomini dell’unità e del rinnovamento; una vittima, se così la vogliamo chiamare, c’è già e ha il nome di Daniele Manca.

Dichiarare “io mi chiamo fuori” deve essere stato difficile per Manca, tanto più che tutto sembrava congiurare a suo favore, sia a livello regionale che nazionale.

Paradossalmente, il sindaco di Imola i veri problemi li aveva in casa. In molti erano seccati di dover tornare alle urne dopo l’avventura di Marchignoli che lasciò la sua poltrona di primo cittadino imolese per correre a fare l’onorevole e Roma e che oggi sembra non essere mai esistito.

Da quelle parti gli impegni si onorano e cercare posti al sole (almeno di quel tipo di sole) non è nel dna del Pd imolese.

Quindi tante dichiarazioni di stima per Manca, per la sua capacita, la sua abilità, ma anche tanti inviti a rimanere perché Imola sta attraversando una crisi economica molto grave. E a dar manforte a questa posizione anche qualche grande vecchio del partito che, pur senza fare dichiarazioni, non ha mai nascosto la propria avversità al viaggio di Manca verso la Regione.

Ora, mentre scriviamo, quel viaggio non ci sarà, e tutti scoprono di essere più fragili ed isolati; anche coloro che erano perplessi oggi vedono il bicchiere tristemente vuoto.

Ma bisogna capire come mai si è arrivati a questa situazione.

A nostro modesto avviso questo epilogo è figlio del modello di governo della regione e del partito che Vasco Errani ha imposto nel corso degli anni.

Sulle sue capacità tecnico-amministrative non ci sono dubbi, ma possiamo anche aggiungere che la sua è stata una rincorsa maniacale ad avere tutto sotto controllo, magari individuando nelle federazioni del partito quegli uomini di riferimenti che gli potevano garantire la serenità di poter dire: nulla mi sfugge.

Dopo le sue dimissioni abbiamo assistito ad un fenomeno tipico delle lunghe “monarchie”: prima l’incensamento finale, poi la dichiarata necessità di voltar pagina (basta leggere le dichiarazioni di Balzani e Bianchi).

A quel punto, senza il “monarca” in tanti hanno pensato di poter avere i gradi di generale e quindi il patto Renzi, Bersani, Errani (che c’è stato) era figlio di un ragionamento anche nobile: transizione si, rinnovamento sì ma con quella robusta dose di buon senso che pare essere una caratteristica regionale.

Ma questi anni hanno spazzato via certezze, sicurezze e collegamenti sociali, per cui mentre i leader (o ex) si mettevano d’accordo, nella realtà cominciava un’altra partita.

E quindi un merito, da vero rinnovatore, Matteo Richetti ce l’ha: in un certo senso ha obbligato i potenziali giocatori a entrare in scena, e ha dimostrato che l’atteso sì di Bonacini a Manca non sarebbe mai arrivato perche Stefano da Modena voleva fare il numero uno.

Adesso la partita comincia e si giocherà tutto sui programmi e sulla loro forza innovativa perché Balzani, Bianchi e Palma Costi saranno anche outsider, ma hanno molte cose interessanti da dire.

(m.z.)