I sindacati edili di Cgil, Cisl e Uil propongono un piano industriale per affrontare la crisi del settore che dovrebbe essere supportato da un accordo quadro sottoscritto tra sindacati, associazioni della cooperazione, Regione Emilia Romagna, Ministeri coinvolti.

Il progetto di riorganizzazione si basa sulla necessità di accorpare e ridurre a filiera corta regionale il sistema cooperativo edile dell'Emilia Romagna. L'accorpamento può avvenire per fusioni o attraverso la costituzione di nuovo soggetto che, attraverso le norme che regolano le procedure concorsuali e le cessioni (che non possono essere derogate), funge da “coordinatore” del sistema cooperativo edile. Questo progetto ha bisogno di essere  accompagnato da un sistema di tutele sociali per gestire gli esuberi, la ricollocazione e la riqualificazione delle lavoratrici e dei lavoratori interessati.

“Poichè riteniamo che sia indispensabile trattare la crisi della cooperazione edile dell'Emilia Romagna come un'unica grande riorganizzazione d'impresa, pensiamo che possano essere utilizzati gli strumenti applicabili a questa fattispecie – sottolineano i sindacati in una nota. Pertanto le cooperative che aderiscono alla riorganizzazione entrano nell'ambito dell'applicazione dell'accordo quadro e accedono agli strumenti in questi casi applicabili: ossia attivare la cassa integrazione straordinaria (ex 223/91) per ristrutturazione e riorganizzazione “complessa” che prevede un periodo iniziale di 24 mesi, prorogabili di 12 mesi in 12 mesi per altri 24 mesi; prevedere inoltre che la stessa possa avvenire anche attraverso la fusione in una newco che rileva le attività nell'ambito delle procedure concorsuali eventualmente attive”.

Questa la proposta di Fillea – Filca – Feneal che sarà dettagliata sul tavolo regionale in previsione dell'avvio del tavolo tecnico ministeriale. L'unica alternativa realistica che noi oggi vediamo è che si continui ad affrontare il problema caso per caso, attraverso una selezione darwiniana delle imprese che rischia di far perdere definitivamente un pezzo importantissimo della struttura economica di questa regione mettendo a serio rischio gli oltre 6.500 posti di lavoro diretti e le migliaia di lavoratori dell'indotto.