“La politica non ha capito che se le cose continuano così, presto l'Italia dipenderà dall'estero per il cibo e questa è una barbaria. O sono stupidi o in malafede. La Spagna e la Grecia i prodotti agricoli a prezzi più bassi dei nostri perché hanno disciplinari meno vincolanti e quindi, nonostante le nostre frutta e verdura siano spesso migliori, non vengono prese in considerazione costringendo molti contadini a lavorare con enorme difficoltà e in alcuni casi a espiantare alberi di pesco come è avvenuto pure nell'Imolese. Dobbiamo competere in bicicletta contro delle auto”. Lo sfogo di Domenico Errani, socio Cia e consigliere comunale del Pd, è sacrosanto e riguarda anche il suo partito al governo del paese.

Per di più, quest'anno ci si è messo un clima con molta pioggia che sta creando problemi, soprattutto di quantità, nell'imminente vendemmia e nella zona vicino a Borgo Tossignano parecchi agricoltori stanno contando i danni della piena del Santerno di sabato 20.

Davanti a tutto ciò, la Cia (ma la Coldiretti non ha voluto aderire) tenta di reagire con la campagna di sensibilizzazione dal titolo “Non c'è agricoltura senza agricoltori” per far conoscere ai consumatori i costi dei prodotti all'origine e i prezzi pagati alle aziende per quegli stessi prodotti che arrivano sulle tavole degli imolesi. E sono cifre che, soprattutto quest'anno, stanno mettendo ulteriormente in crisi le aziende, già provate dalle scorse annate agrarie.

Sabato 27 settembre a Imola in zona Borghetto e lunedì 29 settembre a Castel San Pietro Terme vicino al Cassero la Cia organizzerà un punto informativo dove consegnerà alle persone che si presenteranno, un “simbolico chilo” di frutta e i dati raccolti (fonte Centro Ricerche Produzioni Vegetali di Cesena, Università degli Studi di Bologna Camera di Commercio di Bologna e Ferrara) relativi ai costi di produzione di un paniere che comprende i principali prodotti ortofrutticoli.

Per le mele la quotazione della Camera di Commercio è di 0,34 €/kg e il costo di produzione per l'agricoltore è di 0,35 €/kg, con un segno negativo di 0,1 cent/kg; per le Pere Abate il prezzo pagato è di 0,42 €/kg mentre il costo di produzione è di 0.61 €/kg, una perdita di 0,19 Cent/Kg; per le pesche la quotazione è 0,35 €/kg ma il costo di produzione è di 0,48, più alto di 0,13 cent/kg. Non va certo meglio per la fragola pagata alla produzione 1,10 €/kg e costata all'agricoltore ben 1,38 €/kg con un disavanzo di 0,28 cent/euro, mentre c'è un sostanziale pareggio per i meloni – 0,30 il prezzo e 0,30 il costo di produzione – e un timido segno positivo per la patata, + 0,9.

Numeri, pochi centesimi che al consumatore e all'opinione pubblica potrebbero sembrare irrisori. Questa campagna di sensibilizzazione serve per far comprendere che in quei pochi centesimi in più o in meno c'è la differenza tra l'agricoltura italiana, sana e di qualità e letteralmente la non-agricoltura. I conti sono semplici: se un'azienda va in pareggio può pensare di sopravvivere per qualche anno ma invecchia perché non fa investimenti; se un'azienda ha un margine continuare a produrre e può fare investimenti ma se il segno è sempre negativo, se i prodotti vengono pagati meno di quello che costano all'agricoltore allora un'azienda agricola, come qualsiasi altra, fallisce. Nel 2014 il rischio di chiusura per le aziende diventa concreto e, con la cancellazione degli agricoltori, a Imola spariranno anche le produzioni tipiche, controllate dai disciplinari di produzione che non sono utilizzati per i prodotti esteri, quelli che siamo destinati a consumare se la situazione permane.