Tutte le verità sono facili da capire,
il difficile e' scoprirle. (Galileo Galilei)

Alla luce della distinzione socratica “nessuno di noi due sa ma io so di non  sapere” la desolante impressione è che sui temi dell'economia e del lavoro stiamo dicendo tutti un cumulo di fesserie.
Gridare, battersi i pugni sul petto, minacciare non le farà diventare verità. Stiamo ancora brancolando nel buio.
La speranza e' che ci sia almeno un vedente in mezzo a tanti ciechi. L'esperienza ci insegna che cambiare e migliorare non sono la stessa cosa. Il mutamento dello stato di cose presenti e' certamente, come sostiene H.M.
Henzenberger, la condizione per provare a migliorarle ma non garantisce perciò  stesso il risultato.

 

Il jobs act di Renzi non si sottrae alla regola.
L'idea di includere in un sistema di tutele sociali chi ne è ingiustamente  escluso, ricomponendo l'unitarietà del mercato del lavoro è sacrosanta. Quale sia il modo migliore per farlo, così da favorire le dinamiche dell'impresa e, contemporaneamente, preservare la dignità dei lavoratori, e' da  accertare.
Nessuna delle riforme fatte negli ultimi vent'anni, con l'intento di rendere più flessibile il mercato del lavoro, ha soddisfatto le esigenze dell'impresa e di chi cerca un lavoro.
Non sembra dunque il caso di fare proclami.

Il sindacato dovrebbe riflettere sulla fragilità delle trincee erette in passato, così simili alla linea Maginot, che consentì alla Francia di vincere una guerra statica e di perderne una dinamica. Per contro, la corsa allo smantellamento delle conquiste del ventesimo secolo descritta da Amartya Sen non può far restare sereno un progressista che ricerchi con onestà di intendimenti nuove strade per preservarle.
Il sentiero da percorrere e' stretto e accidentato e dovrebbe consigliare a tutti una coraggiosa prudenza.

Il sindacato, al contrario, minaccia sfracelli prima ancora di aver visto le carte, cioè quale sia la natura e la consistenza del sistema a tutele crescenti e come si fa fronte alle enormi risorse finanziarie necessarie per tutelare il cittadino – lavoratore nelle fasi di ricerca e preparazione a una nuova occupazione.

E Renzi le carte non sente nemmeno il bisogno di mostrarle, io sono il re, sembra pensare, e questo vi basti.
Più che alla Tatcher, alla quale Susanna Camusso, con giudizio sommario, lo accosta, il premier somiglia a Mourinho.
Segue la logica di crearsi un nemico. La differenza è che lo cerca dentro, per rassicurare fuori.

Con tutto lo straparlare di privilegi si sono tracciate assurde linee di divisione fra padri e figli, fra poveri lavoratori e lavoratori poveri, che non giovano al sentimento di comunione di cui c'è bisogno per vincere la tempesta.
Siamo prossimi al punto in cui il cieco invoca, in nome della giustizia, la perdita dell'unico occhio del guercio.
Farebbe bene a tutti ricordare che la stagione di risanamento e riforme più fruttuosa fu quella di un Presidente mite, dialogico e competente come Ciampi.

Tutto si può dire tranne che il sindacato in questi anni non si sia mostrato responsabile sui temi del risanamento, della moderazione salariale, del rilancio dell'economia e di riforme dolorose, come quella delle pensioni.
Tutto gli si può addebitare tranne l'incidenza su scelte di governo che hanno favorito e tuttora tollerano un sistema fiscale vergognosamente discriminante, bloccano da anni i contratti e hanno sottratto al lavoro dipendente dodici
punti di PIL.

Si può eccepire sulla sua lucidità strategica ma non accusarlo, contemporaneamente di essere troppo intransigente e troppo permissivo.Non c'è chi non veda il divario fra Lama e Camusso, Trentin e Landini, Carniti e Bonanni, ma attribuire al sindacato la responsabilità diretta di aver generato il guazzabuglio nel quale è cresciuta la precarietà di milioni di lavoratori equivale ad accusare le forze dell'ordine del diffondersi della criminalità.

Ristabilita la verità storica, poi ci si può dividere sulla proposta del governo, sul valore reale o simbolico dell'articolo 18, sul conservatorismo sindacale, che ha cento e più espressioni che sarebbe bene affrontare.
La colpa del declino sociale di intere generazioni è in primo luogo di una politica incapace di interpretare la deriva dei continenti che rischia di spingere l'Europa ai margini del mondo.
Di un provincialismo culturale che ha inseguito miti liberisti distruttivi anziché cercare forme di evoluzione originali, in aderenza alla storia dell'Europa e ai caratteri di un apparato produttivo nazionale che non può reggere, adesso e  sempre, con qualsivoglia riforma, una competizione di costo.

Non siamo la Germania e non possiamo diventare il Bangladesh. L'Italia ha bisogno di un vestito disegnato sulle sue fattezze. La questione dell'articolo 18 non è mai stata dirimente. In questa situazione recessiva, nella quale il problema centrale è assumere e non licenziare, lo è ancor meno.Le politiche devono aderire alle fasi dello sviluppo, non esistono sistemi perfetti ma solo sistemi che in un dato momento e contesto funzionano e in altri no.

Il modello Renzi ha dimostrato di funzionare bene in Paesi dove lo Stato e l'economia sono in buona salute e le opportunità di trovare una nuova occupazione sono molte.
E' sicuramente valido nella galleria del vento. Ma bisogna capire se funziona sulla nostra pista, in un'economia nella quale lavoratori licenziati e disoccupati hanno scarse possibilità di trovare un impiego così che tempi e costi dell'inattività si dilatano. Non è tardi per fare approfondimenti.

Accrescere la produttività, rendere le imprese competitive e rilanciare la domanda sono necessita' contestuali se vogliamo affrontare le due condizioni che fanno perdurare la crisi: recessione e deflazione.
Si torna a comprendere, di fronte a una forbice sociale ingigantita, che per la salute di un Paese non è tanto importante quanto è ricco ma quanto è diseguale.Le disuguaglianze della storia si sono sempre riassorbite lungo un asse dinamico di sviluppo. Questo è il vero problema e far convergere su di esso tutte le energie della  Nazione è la misura di un leader.
Una cosa è certa: una questione di questa portata non si scioglie con scioperi e referendum.

(Guido Tampieri)