E se si girano gli eserciti e spariscono gli Eroi

Se la guerra poi adesso cominciamo a farla  noi

Non sorridete, gli spari sopra sono per voi

 

Vasco Rossi

 

Un'altra di queste vittorie, disse Pirro dopo la battaglia contro i romani, e siamo finiti.

Il PD dell'Emilia-Romagna farà bene a valutare attentamente i significati del voto delle primarie che, mentre assegna la vittoria a Stefano Bonaccini ( auguri! ) segnala, nell’affluenza e nell'età dei votanti, un allarmante allontanamento dalla parte più giovane e viva della società e la definitiva crisi di rappresentanza del gruppo dirigente che lo ha occupato soffocandone vitalità è ideatività.

La litania sulla stanchezza da primarie, che quel gruppo dirigente non ha mai culturalmente assimilato ed ha sempre politicamente subito, fa velo alla cruda realtà: siamo di fronte ad una disaffezione che sconfina nella rassegnazione.

Uno bussa per entrare, due, tre volte, poi decide che non ne vale la pena, che non cambia nulla, e si occupa di altre faccende. Quando c'è fiducia, quando capiscono che il loro apporto è gradito, e utile, i cittadini vanno a votare.

In Emilia-Romagna è matematico.

Lo scarso impegno nel promuovere l'evento,  la “lontananza” dell'istituzione Regione, che non ha con l'elettore né la contiguità fisica del Comune né il rapporto massmediatico del Governo, e la scarsa notorietà dei candidati hanno concorso, in minor misura, all’insoddisfacente risultato.

Che sia comunque meglio delle metafisiche consultazioni grilline non può consolare un partito nato per migliorare la qualità della democrazia in Italia.

La novità di queste primarie è la conferma di un processo inesorabile che prima ha rarefatto il senso di appartenenza del popolo della sinistra e ora affonda, senza grandi resistenze, nella parte più tenace del vecchio nucleo del Pci della cui dedizione si è fatto scudo l’establishment, sovrapponendo se stesso e l'interesse di parte al partito e all'interesse di tutti.

Lo zoccolo, assottigliatosi via via, non è più duro, la sua fedeltà si apre al dubbio, diventa lealtà, reclama la verifica su cosa sia davvero meglio, di volta in volta, per il partito e per l'Italia.

E' stato così anche per Renzi.

Nei circoli intristiti dalla prolungata assenza di fermenti giovanili la diradata processione degli invecchiati testimoni di un impegno politico generoso ha avuto, domenica scorsa, un carattere diverso dal passato.

Le schede introdotte nell'urna sembravano scandire le parole del film Amistad: date a noi…liberi.

Con Balzani o con Bonaccini, liberi dai pregiudizi, dalle nostre catene, da noi stessi.

Finalmente.

Bonaccini dovrà tenerne conto, nel momento in cui, ci auguriamo, si accinge a ricoprire la carica più importante dell'Emilia-Romagna. 

Appoggiandosi all'apparato, prendendone a riferimento alcune espressioni arretrate, ha commesso lo stesso errore di Bersani allorché, per sconfiggere Renzi, si alleò coi Loriero e i Bassolino, perdendo per strada la curiosità che ne caratterizzava l'intelligenza acuta.

Il confine, come ho avuto occasione di dirgli, fra una stabilità ricercata nella continuità e una conservazione che, in politica come alla guida delle Istituzioni, contraddice la nostra storia e contrasta con l’interesse della nostra terra, è molto sottile.

Il rischio è di compromettere l’idea di rinnovamento che il candidato presidente aveva saputo trasmettere percependo prima di altri non solo la portata dell'ascesa di Renzi ma anche i suoi significati.

Che, a volte, lo stesso Premier, nell’enfasi appropriativa che sembra prendere ogni leader, trascura.

Prendono i voti ma non i votanti, le loro motivazioni, i sentimenti, le aspettative.

Il mio 40 per cento, il mio 25 per cento, come se quella volontaria unione di persone diverse che chiamiamo partito non fosse in primo luogo loro, come se il consenso degli elettori fosse una delega in bianco.

Balzani, dopo la legittima soddisfazione per un risultato al quale ha coraggiosamente creduto introducendo riflessioni dialettiche che fanno bene alla politica, dovrà evitare di considerare “suoi” i voti che la sua iniziativa ha saputo aggregare cogliendo e interpretando un sentimento diffuso.

Anche in questo dovrà mostrare una diversità.

Quei sentimenti e quei significati sono in ogni caso lontani dalla campagna di denigrazione personale con cui si è puntualmente cercato di condizionare la raccolta stessa delle firme a favore dell'intruso che scombinava i piani, dipinto di volta in volta come un pericoloso estremista di destra (Balzani si consoli, Renzi lo è ancora), un massone e un pessimo amministratore della sua città, che lo ha infatti punito con l'80 per cento dei consensi.

Bonaccini non c’entra, lo conosco.

C’entra una cultura insofferente al confronto, che alligna in ogni parte tentata di far prevalere le ragioni della forza sulla forza delle idee.

La stessa che ha denunciato, in questi giorni, Bersani, fatto oggetto dello stesso trattamento che i suoi amici troppo zelanti hanno riservato a molti, accusati, come lui, di dissentire per risentimento, ed altre misere ragioni.

Dopo anni mi sono sentito vicino al vecchio amico.

Dubito che “i suoi”,  i pochi che non l'hanno abbandonato, capiranno la lezione e, ancor meno che avvertano la necessità di restituire civiltà al confronto i nuovi accusatori.

La speranza che, come si dice, è l’ultima a morire, è che inizi una nuova storia, nella quale confronto vuol dire confronto, lealtà lealtà  e rispetto rispetto.

Non per il bene del partito ma perché è giusto così.

Senza queste radici culturali l’albero del PD non resisterà ai venti ciclonici dei nostri tempi.

Meri cambi al vertice, con corollario di nuovi assetti di potere, amici, posti, serviranno forse a vincere un’elezione, non certo a far rinascere la fiducia, l’identificazione e il piacere della politica.

 

(Guido Tampieri, Libero Pensatore)