Da poche ore conosciamo gli esiti delle “primarie” tenutesi nella nostra regione per decidere quale sia il candidato da presentare, per il Pd, alle prossime elezioni regionali. Ovviamente, come in ogni elezione che si rispetti viene determinato il vincitore ed il perdente, ma in questo caso certi “numeri” valgono forse molto più del risultato.

Circa 58.000 voti su una popolazione di 4.450.000 abitanti: lo 0,77%, arrotondato per eccesso! In pratica solo tutti gli imolesi, compreso il circondario, si sono recati alle urne: tutti gli altri a casa. Si dirà che solo gli elettori di centro-sinistra erano impegnati nel voto, ma anche così il numero è impietoso. Neppure tutti gli iscritti al Pd della nostra regione sono andati alle urne. All'interno dei seggi, volontari sconsolati, parlavano della bella giornata (che tradizionalmente allontana dai doveri civici), si parlava della possibilità del rientro serale, della troppo breve concomitanza con altre consultazioni e si cercava il sorriso consolatore. La verità, amara, risiede nel sistematico allontanamento della popolazione dalla politica, da questa politica, da una politica che negli anni ha sempre dato prova di tradire i propri elettori, di arricchirsi di vuote promesse per poi assumere atteggiamenti e decisioni contrastanti, una politica che si esibisce in alleanze che il cittadino non riconosce e non comprende, di una politica e di uomini politici sempre maggiormente attenti a sé stessi, alla continuazione ed al successo della propria persona all'interno di una struttura che non deve mutare, che non può mutare, che non la si vuole diversa.

 

Leggendo il programma dei due candidati e cercando di approfondirne i contenuti, recandosi ad ascoltare le loro proposte ed idee durante gli incontri con i cittadini si è potuta osservare una tale diversità di idee e di immagini di un futuro possibile ed auspicabile che assumeva l'aspetto di un contrasto insanabile, come si trattasse di avversari e non di contendenti sotto la stessa bandiera. Da una parte uno si lanciava in una serie di luoghi comuni, quelli che da sempre riempiono i programmi dei candidati, quali la salute pubblica, lo snellimento della burocrazia, basta trasporto su gomma e rilancio delle vie ferrate e denunciava apertamente la necessità di innovazione, di profondi mutamenti di nuove strade che, da subito è indispensabile percorrere e finiva con il dichiararsi sulla linea di continuità del suo predecessore. Delle due l'una: o il predecessore non ha fatto nulla di buono o se si prosegue nella stessa linea i problemi esistenti non verranno risolti.

L'altro denunciava in modo aperto la diversità di approccio alle soluzioni, elencava una serie non indifferente di errori e di metodologie errate applicate fin ora, accarezzava l'idea di una sistematica consultazione popolare o settoriale a seconda dei casi e si dichiarava pronto a riconoscere i propri errori o a denunciare l'impossibilità di realizzazione indicandone con precisione le cause ostative. Puntava poi il dito verso il sistema di nomine fin ora adottato, nomine di persone in incarichi in grado di incidere profondamente nella qualità della nostra vita e assicurava che la sua strada sarebbe stata ben diversa e che non avrebbe mai guardato alle “tessere”. A parte il fatto che affermando ciò automaticamente denunciava un sistema infausto portato avanti fin'ora dal suo stesso partito, si aveva l'impressione di trovarsi di fronte ad un marziano, ad un innovatore di una forza tale da spaventare pur augurandoselo, una uomo capace di rivoluzionare davvero il sistema. A questo punto i conservatori si sono sentiti intimoriti (a dir poco), hanno cercato in tutti i modi di far pendere il risultato elettorale verso la sponda più sicura mentre gli innovatori hanno cominciato a temere brogli, mancanza di equità, presenza invadente di imparzialità.

 

Può essere, come si dice, che poi tutti si lotterà per un unico ideale, che la bandiera diverrà una sola e che i diversi contendenti si prenderanno a braccetto per percorrere uniti una via che appare decisamente in salita e in forte pendenza, ma il dubbio permane ed è forte: in presenza di avversità pesanti e pressanti trovarsi di fronte a due linee così diverse non può far ben sperare e le attuali dispute in quel di Roma devono ritenersi sufficientemente esaustive. D'altra parte se tu mi dici che sono uno scartino e io ti ribatto che le tue nomine ad amici degli amici devono finire la possibilità di un sereno aperitivo piacevolmente seduti in un angolo appartato del bar centrale appare abbastanza lontana. Lo so, in molti mi hanno detto che manco di elasticità e che non  riesco a comprendere le segrete vie del compromesso e che con l'età, come naturale, mi sono ulteriormente indurito e forse è vero, ma la sensazione di trovarsi di fronte a profonde incomprensioni, a mancanza di fiducia reciproca e di conseguenza ad una partecipazione alla cosa comune che appare più come disputa che un fine comune è piuttosto forte. Spero di aver torto. Purtroppo le ultime vicende politiche in campo nazionale mi danno ragione.

(Mauro Magnani)