Per tutti questi anni l’«opposizione al sistema» si è limitata a condurre un’azione di denuncia, senza che mai s’impegnasse con serietà nella costruzione di una valida alternativa; un sistema che, per quanto sbagliato e ingiusto, era talmente ben congegnato da essere riuscito ad assicurarsi un consenso pressoché assoluto, tanto da convincere anche le forze politiche più rigorose a partecipare al gioco delle parti in attesa del proprio turno a governare. Il tribunale, da sempre garante più dell’impunità che della giustizia, è uscito con violenza dallo stato di inattività che lo caratterizzava e ora procede con una determinazione che lascia increduli. Pur finalmente potendo far leva sul potere giudiziario, l’«opposizione al sistema» – a cui partecipano sia frammenti della maggioranza che della minoranza –, continua a rimanere debole e inspiegabilmente subordinata al volere dei capi in rovina, all’intreccio dei ricatti che li riguarda, al mantenimento dei vecchi equilibri, alle ripicche dei privilegiati, agli interessi dei maggiori imprenditori. Si assiste ad un blocco generale sul quale solo l’azione della magistratura sembra avere effetto: col fiato sospeso, si rimane in attesa del prossimo avviso di garanzia o del prossimo arresto, come se la politica dopo aver spadroneggiato in lungo e in largo indisturbatamente, trovatasi all’improvviso commissariata, non fosse più capace di riconoscere a se stessa una propria libertà e autonomia.

 

La domanda è: le carte delle varie inchieste giudiziarie denunciano l’esistenza di un gruppo criminale che s'è fatto istituzione, la spoliazione della collettività per centinaia di milioni di euro; cos’altro deve essere rivelato prima che la parte più sana della politica si faccia carico della responsabilità storica a cui è chiamata? Come ha scritto Marino Zanotti in un suo recente commento, sembra di assistere agli attimi che hanno preceduto il disastro del Vajont: tutti col naso all’insù, consapevoli del proprio destino, eppure incapaci di una qualsiasi reazione. Probabilmente i sammarinesi intendono espiare le proprie colpe per avere partecipato ad una magna latrocinia che li ha abbruttiti e allontanati dai loro secolari valori di piccola comunità. Ebbene, quando ci sono di mezzo i problemi degli stati, le soluzioni mistiche, per quanto potenti, sono la conseguenza di un’incapacità politica.

 

Il fallimento della Repubblica è vicino e ad evitarlo non saranno di certo le ridicole vanterie del governo sullo “svalicamento” o sui “600 nuovi posti di lavoro”. Probabilmente – è vero – un’epoca si è chiusa, eppure la peggiore pratica a cui il gattismo ci ha abituato continua a tenere banco: la svendita della sovranità sulle strade dell’affarismo internazionale. Prova ne è che le principali operazioni su cui è impegnato il governo sono promosse da faccendieri che fanno parte dell’eredità lasciata dagli stessi Gatti, Stolfi e Podeschi. La realtà è un’altra: il debito pubblico supera i 600 milioni, le riserve valutarie sono esaurite così come anche la liquidità di cassa, i fondi pensioni, l’ultima vera ricchezza rimasta, sono stati sequestrati dalle banche come puntello ai loro patrimoni di garanzia (se, come sembra, l’Italia dovesse attuare un nuovo scudo si rischierebbe seriamente la loro compromissione) e alla porta non c’è nessun grande investitore che possa o voglia salvare l’economia sammarinese. La scarna consolazione elargita il 27 d’ogni mese sta facendo scivolare il Paese verso il fallimento e quindi verso lo scontro sociale che, in assenza di una progetto politico, non sarà tra sfruttati sfruttatori, ma all’insegna del “si salvi chi può”.

 

Che fare? L’unica soluzione che io vedo è quella di un nuovo grande soggetto che rompa i ponti con un passato che non passa, largo nella rappresentanza, ricco di espressioni ed esperienze politiche, professionali, imprenditoriali, di impegno civile e di vita diverse tra loro, fondato su tre soli punti:

 

1) La libertà di scelta come requisito all‘adesione. La libertà di scelta non dipende dall’integrità del singolo (i richiami alla trasparenza e alla moralità a San Marino suonano sempre come falsi perché tutti siamo cresciuti nel brodo della corruzione, e questo, che lo si voglia riconoscere o meno, ci ha profondamente segnati) ma dal grado di compromissione all’attuale regime. Bisogna dunque mettere al margine un’intera generazione politica (comprese le sue espressioni più dirette), quella maggiormente responsabile del fallimento e sulla quale agiscono con più forza i vincoli e i legami di interesse.

 

 

2) La salvezza della Repubblica che prevede come primo atto quello di dichiarare lo stato di emergenza e di mettere a conoscenza la popolazione della reale situazione delle finanze pubbliche. Non è questo il momento di indugiare su argomenti secondari e divisivi, bisogna invece individuare quei provvedimenti strutturali capaci di riportare dignità e decoro alle istituzioni e soprattutto di garantire lo stato sociale dentro un nuovo patto dove davvero ciascuno sia chiamato a partecipare secondo le sue capacità e a ciascuno sia dato secondo i suoi bisogni.

 

 

3) Volere ancora un po’ di bene a ‘sto Paese.

 

 

(Luca Lazzari, membro del Consiglio Grande e Generale)