Faenza. Che quella che stiamo vivendo sia un’epoca di transizione è un dato ormai appurato: l’idea che il mondo stia cambiando sembra scandire le nostre giornate ed è diventato il tema di dibattito nei luoghi più disparati, dai bar alle scuole, dalla televisione alle piazze, dove chiunque si sente in diritto di esprimere la propria opinione sul cambiamento che avanza.

Proprio sull’approccio a questa transizione, che alcuni chiamano crisi, sulle sue caratteristiche e sull’atteggiamento con cui guardare al futuro si possono distinguere due posizioni: una nostalgica, di chi rimpiange il passato che non c’è più e guarda con diffidenza al futuro, e una ottimista, di chi cerca di superare le distorsioni del presente per reinventarsi un futuro che, pur nell’incertezza, potrebbe anche rivelarsi migliore.

Di questo secondo atteggiamento, spesso liquidato come poco realista quando non del tutto utopico, si sono fatti portavoce due iniziative organizzate nelle scorse settimane a Bologna e Faenza, rispettivamente la Smart Cities Exhibition e il Cultura Impresa Festival. Entrambe le manifestazioni si sono fatte promotrici di uno sguardo positivo verso il futuro dove però l’ottimismo non era semplicemente invocato ma veniva rivestito di solida concretezza. In quelle sedi non ci si è infatti accontentati delle solite dichiarazioni di principio ma si è voluto portare testimonianza diretta della possibilità di costruire nuovi business anche nell’epoca della crisi se si adotta una nuova concezione di crescita e del modo di fare impresa.
 

A Bologna per tre giorni professionisti, studenti, studiosi si sono confrontati sul tema delle città intelligenti, cercando di declinare questo aggettivo in tutte le sue possibili variabili e dimostrando come le iniziative che puntano a rendere le città più vivibili possano costituire le frontiere per nuovi business. A Faenza invece il tema del rilancio dello sviluppo economico è stato affrontato attraverso la particolare lente della cultura e a confrontarsi sono state esperienze che, in maniera diversa, hanno fatto dell’Arte e della Cultura il volano per un nuovo concetto di impresa. Entrambe le iniziative hanno dimostrato che è possibile superare la crisi puntando su nuovi settori approcciati in modo non convenzionale e, attraverso le esperienze di imprenditori coraggiosi ma non certo sprovveduti, l’etichetta di “sognatori” è stata rispedita al mittente.

Oltre ad un approccio propositivo al cambiamento, il dato più significativo che è emerso dalle due manifestazioni, e che diventa il principale insegnamento su cui riflettere, sono gli elementi comuni che si possono riconoscere al fondo di quelle storie apparentemente differenti. Questi fili rossi che legano le diverse esperienze concorrono infatti a tessere le maglie di una possibile strategia per uscire dalla crisi, una strategia  ancora acerba e che non ha pretese di universalità ma che pur tuttavia ha già saputo evidenziare alcuni nodi cruciali.
 

Che si parli di Arte, Cultura o governo urbano alcune parole ritornavano infatti come una sorta di mantra in quasi tutte le storie presentate: persone, partecipazione, territorio, identità locale, eccellenza, sostenibilità.

Concetti riconducibili a due precisi universi semantici, la comunità di individui e il contesto spaziale in cui abitano, che sono stati identificati come gli assi cardinali della strategia di sviluppo, come a dire che il futuro deve tornare a mettere al centro le persone e il territorio che è custode della loro identità.

A rischio di sembrare questa una frase banale vale la pena di ricordare che in fondo la crisi che stiamo pagando è anche l’effetto della progressiva perdita di aderenza al reale, quel reale fatto appunto di persone e territorio. Come altro definire altrimenti il nuovo mercato finanziario in cui la concretezza del lavoro si perde dietro l’andamento incostante di titoli finanziari, come non vedere una perdita di identità  locale nella diffusione dei cosiddetti non luoghi, come non riconoscere un progressivo disinteresse per la cura del bello guardando lo stato in cui versa oggi il nostro patrimonio storico-culturale e ambientale.

Se guardiamo alle radici della crisi ecco allora che il ritorno alle persone e al territorio non appare affatto banale ma è il cambiamento di paradigma che può invertire l’attuale tendenza. Le storie di successo raccontate hanno in comunque proprio l’adesione a questo nuovo modello: si tratta di imprese che puntano a offrire servizi concreti alle persone attraverso il recupero di una socialità ormai perduta (ne sono un esempio tutti quei scenari collaborativi di economia collettiva) o di iniziative che guardano alle eccellenze del territorio e alle sue peculiarità per attivare nuove filiere produttive in cui la qualità dell’offerta diventa la garanzia di vendita.

Per qualificare queste realtà si fa spesso ricorso a termini inglesi, quando non si azzardano improbabili neologismi, e può capitare di pensare a suon di co-working, fablab, vertical farm, urban garden che si tratti solo di mode passeggere, ma ciò che importa è la filosofia di fondo che esse sposano e che al di là di tutti gli appellativi si riduce a quelle due parole chiave, spazio e comunità, che sono una garanzia sicura per il futuro.

Per la verità non c’è niente di troppo rivoluzionario se si pensa che al cuore di molte di quelle iniziative vi è in fondo il ritorno ad antichi valori, a tradizionali modi di produrre, a stili di vita più sostenibili che le passate generazioni davano per scontato. Ma è proprio questa la differenza di fondo che impedisce di liquidare queste nuove realtà come semplici fughe nel passato: il ritorno alla terra e alle persone non viene oggi dato per scontato ma muove da una maturata consapevolezza che proprio la crisi ha permesso di sviluppare  e che qualifica queste nuove realtà come una presa di posizione forte rispetto al cambiamento. I business all’epoca della crisi esprimono la scelta di non vivere con passività il corso degli eventi, il tentativo di non limitarsi a sopravvivere alle distorsioni del sistema ma di scardinarne il meccanismo alla base, la volontà di cavalcare il cambiamento con ottimismo sapendo che “il modo migliore per predire il futuro è inventarlo”.

(Laura Richelli)