Faenza.Sono stati anni duri, nel occhio della crisi e quindi abbiamo scelto di proseguire il nostro percorso di riflessione sul quinquennio di Giovanni Malpezzi con l’assessore ai servizi sociali, Antonio Bandini.

35 anni, prima esperienze, catapultato in un ambito a lui poco noto, almeno inizialmente, il nostro interlocutore sembra aver assorbito i migliori principi del suo lavoro, perché se non c’è una gran voglia di spendersi, soprattutto in termini umani e di pensiero forte, non si va lontano.

 

E abbiamo subito cominciato la nostra chiacchierata con una domanda che sembra facile facile: che Faenza si vede dalle finestre del suo assessorato?

 

“Certamente vedo una città che ha ancora, dentro di sé, la capacità e la voglia di riscoprire il suo star bene.

Anche noi viviamo tutti gli effetti pesantissimi della crisi, ma l’enorme realtà del volontariato, quel “capitale sociale” di cui tanto si parla, ha tenuto e ci ha permesso di sostenere il sistema dei servizi alla persona.

Vedo poi un meccanismo che regge per quel che riguarda gli interventi per la terza età (un gioiello emiliano romagnolo, che ha saputo tenere insieme il pubblico con le cooperative sociali); e non dobbiamo vergognarci di essere orgogliosi di questa realtà assistenziale.

Dal mio osservatorio, percepisco una società che sa di avere problemi, e che ha abbandonato la sola tutela statale per riattivare energie sopite che non erano scomparse. E si vede, a occhio nudo, la catena di solidarietà che ha ripreso un suo ruolo e sperimenta la strada della solidarietà.

Definirei questa ripartenza del tessuto sociale come la riattivazione orgoglioso di ciò che era presente e chiudo questo mio mandato con la certezza che l’assenza di denaro non porta alla fine della solidarietà”.

 

Lei ha richiamato spesso questa parola, solidarietà. Ma in questi anni abbiamo visto anche il contrario, e sono ricomparsi fenomeni di insofferenza (e forse qualcosa di più).  

 

“Diciamo che ci sono alcuni fatti e chi “romanza” su di essi. Abbiamo visto in azione i nastri trasportatori delle istanze negative della società e mi spaventa l’idea che per alcuni la politica sia quella roba lì. Vuol dire, tra l’altro, che i partiti hanno perso il loro ruolo.”

 

Che dire allora dell’ “invasione” di Rom? Qualcuno l’ha presentata così.

 

“Partiamo dai numeri. Questa “invasione” riguarda 30 persone, e che una città di 60.000 abitanti si senta aggredita da alcune famiglie….

Certo, ci sono problemi, anche di ordine pubblico in alcuni casi, ma cerchiamo di esaminare meglio il problema. Prima gli zingari erano dipinti come i ladruncoli ora ci si accanisce per un presunto aiuto ai nomadi: vuol dire che siamo passati dall’insofferenza all’invidia sociale.

Noi interveniamo sui bambini rom, e vogliamo continuare a farlo per rimuovere gli ostacoli che impediscono di vivere in modo dignitoso.”

 

E la Chiesa faentina come ha reagito a queste tensioni sociali?

 

“La Chiesa qui ha da tempo messo in opera le indicazioni di papa Francesco sull’accoglienza degli ultimi. E siamo arrivati alla tragedia (lo dico senza ironia) di un consigliere comunale che ha presentato un  esposto contro il parroco di san Savino, reo di aver dato accoglienza ad un piccolo gruppo di Rom. Abbiamo discusso molto sul tema degli stranieri, lo ha fatto anche una commissione consiliare che ha proposto due diverse conclusioni dei lavori; prendo atto che anche la Lega Nord ha sottoscritto un documento che non sposa certo le posizioni di scontro frontale.

D’altronde il nostro tessuto associativo ha avuto un ruolo straordinario nel favori l’accoglienza, diventando un potente mediatore culturale (e anche linguistico) fra noi e “gli altri”.

Alcune esperienze sono pure nate un po’ per caso, come gli incontri alla Molinella, partiti dalla affermazione “in piazza ci sono solo gli stranieri”. E abbiamo verificato quanta ricchezza c’è stata in quelle assemblee.”

 

Abbiamo parlato di Rom, di stranieri, ora occupiamoci degli dei faentini purosangue, perché questa crisi infinita ha messo in ginocchio centinaia di persone che non avrebbero mai pensato di dover ricorrere ai servi sociali.

 

“Teniamo a mente un paio di numeri, che sono più eloquenti delle parole: abbiamo 1500 minori in cura e 600 famiglie in attesa della casa popolare.

E riparto dalla domanda. Sono aumentati gli italiani, quella generazione fra i 30 e 40 anni che non pensava di dover conosce la povertà. Le famiglie oggi sono corte e il venir meno di una gamba del tavolo provoca un crollo del piano, perché non c’è più un sostegno esterno. Ma vedo anche qualcos’altro.”

 

Cioè?

 

“Il sistema di assistenza sociale ragiona con logiche vecchie. Quando nacque doveva, temporaneamente, sostenere chi era inciampato. Oggi i bisogni si sono moltiplicati e mancano idee e risorse per continuare ad usare il vecchio schema.

Oggi, sostituirsi a chi è in difficoltà vuol dire invece accelerare lo scivolamento verso l’autocommiserazione e l’inattività.

Noi dobbiamo, al contrario, restituire a queste persone le energie per riprender a camminare con le loro gambe.”

 

(m.z.)