Roma. Quando durante il primo governo Prodi la maggioranza di allora si riuniva per discutere del futuro della televisione e delle telecomunicazioni si confrontavano (e spesso si scontravano) due visioni diverse di futuro. Da un lato quella della sinistra moderata e “compatibilista” (come si diceva allora), che aveva scoperto da poco le magnifiche sorti del mercato e, dall’altro, quella che veniva chiamata “radicale”, che indicava soluzioni diverse da quelle che prospettava la pura e semplice competizione mercantile.

 

Ricordo, ad esempio, le discussioni sul futuro di Telecom, un’azienda, allora, che occupava posizioni di vertice a livello mondiale e non solo per quote di mercato, ma per sviluppo di tecnologie che servivano una parte rilevante del pianeta.

Eravamo tra i leader delle telecomunicazioni e avremmo potuto diventare il paese di riferimento delle tecnologie del “mobile”, visto che da noi esisteva una penetrazione unica a quel tempo. Una condizione che veniva studiata e monitorata da tutte le grandi aziende del mondo. In quei tavoli, ove partecipavo come responsabile del settore per Rifondazione Comunista, discutevamo accanitamente per sostenere che sarebbe stata una follia privatizzare Telecom Italia e occorreva costruire una azienda nazionale che dotasse il nostro paese di una infrastruttura tecnologica di nuova generazione aperta ai nuovi operatori di mercato e che impedisse la proliferazione di infrastrutture nei punti forti del mercato e lasciasse indietro le parti meno interessanti del territorio italiano.

 

Parlai, a quel tempo, di una scelta che avrebbe portato alla creazione di veri e propri “Sud Digitali”, una condizione che avrebbe impedito al nostro paese di svilupparsi verso modalità non solo nuove, ma più eco-compatibili e su modelli produttivi più decentrati, ma più efficienti. Proposi anche, durante la discussione parallela del pacchetto Treu, la realizzazione di spazi di lavoro comuni, gestiti attraverso dagli enti locali, che fossero in grado di offrire spazi di produzione in telelavoro – con uno specifico richiamo a tale funzione nei Contratti nazionali di lavoro – che avrebbero potuto rendere più flessibile un pezzo di lavoro, mantenendo garanzie contrattuali e diritti.

 

Tutto fatto attraverso la potenzialità che una azienda pubblica di rete poteva garantire al territorio nazionale, ai giovani, alle aziende, in termini di nuovi modelli di rete, di funzioni locali, di produzione e di lavoro. Non il “semplice” co-working – arrivato in Europa dall’altra sponda dell’Atlantico dieci anni dopo – che affida al puro spirito di mercato la costruzione di una produzione condivisa, ma una idea di autorganizzazione del lavoro di nuova generazione in grado di mantenere saldo il legame tra le “vecchie” forme di lavoro salariato e la prospettiva di costruzione di nuove ipotesi di lavoro co-operativistico. Ricordo anche un incontro, infruttuoso, con i vertici delle Coop di allora per far comprendere le potenzialità, per il mondo delle cooperative, di una ipotesi completamente altra rispetto ai processi di precarizzazione che sarebbero scaturiti da quel momento in avanti.

 

Ricordo lo scontro con il sindacato di categoria che aveva scelto una strada incomprensibile per agevolare la nascita della “concorrenza”. Invece di far applicare alle nuove aziende il Contratto nazionale di Lavoro che si erano guadagnati i lavoratori di Telecom Italia, con decenni di lotte, consentirono prima la firma di un nuovo contratto nazionale di settore, ovviamente con garanzie dimezzate e il mantenimento ai lavoratori Telecom di un contratto aziendale specifico che avrebbe dovuto mantenere il livelli salariali e di diritti conquistati e, piano piano, anche un doppio livello di salari/garanzie all’interno della stessa Telecom, spaccando il lavoratori tra vecchi e nuovi.

 

A distanza di più di un quindicennio, Telecom Italia non è più italiana, si sono persi migliaia di posti di lavoro, la riduzione dei costi delle telefonate è stata garantita anche attraverso la riduzione degli stipendi e dei diritti che esistevano, il livello della infrastruttura di rete ci pone agli ultimi gradini in Europa, non esiste una infrastruttura di rete che garantisce un sistema nervoso efficiente e in grado di far decollare i nuovi modelli produttivi che il digitale consente, condanna molti territori della nostra nazione ad essere dei Sud Digitali. Ora anche l’Autorità di settore (AGCOM) denuncia che il mercato in questi anni non solo non ha garantito pari opportunità ai territori, ha delapidato una delle aziende di telecomunicazioni più importanti del pianeta, riducendo lavoratori, perdendo mercati internazionali e riducendo il nostro ruolo nel mondo, ma oggi rischia di riproporre la stessa stortura miope di questi anni facendo partire la competizione per la rete in fibra con la stessa logica che produrrà, nuovamente, dei Sud Digitali di nuova generazione.
Serve, qui e ora, un soggetto pubblico che eviti di riprodurre gli errori del passato. Si poteva fare scegliendo una strada diversa per intervenire, ad esempio, nella vicenda della infrastruttura di rete della Rai, partendo da quel patrimonio pubblico e garantendo un investimento strategico non basato sul cemento ma sui bit. Forse Matteo Renzi pensa di avere l’esclusiva nel parlare di digitale, ma la sinistra esiste se si occupa di innovazione e sa indicare strade diverse da quelle del lasciar fare al mercato. Se non sa come fare, possiamo dargli un numero di telefono da chiamare: oggi non c’è neanche la scusa che non ci sono gettoni per la telefonata.

 

(Sergio Bellucci)