Gli imprenditori agricoli di Imola e dintorni vanno in controtendenza e, nell’anno della débacle della produzione di olive e di olio extravergine, si candidano a rilanciare il settore in un territorio in cui fino alla fine dell’Ottocento gli uliveti caratterizzavano il paesaggio agrario non meno che in Toscana. Al convegno – promosso da Coldiretti Bologna e realizzato col contributo della Banca di Credito Cooperativo Romagna Occidentale – “D’Olio D’Oliva: virtù e benefici di una eccellenza italiana”,che si è svolto all’Istituto Tecnico Agrario Scarabelli-Ghini, olivicoltori ed esperti, docenti universitari e nutrizionisti hanno fatto il punto sugli ultimi vent’anni nel comprensorio imolese, che ha visto la rinascita della coltura dell’ulivo e di una produzione di olio di qualità.

Secondo elaborazioni Coldiretti su dati Istat nel 2006 tra Imola e Bologna c’erano 134 ettari di uliveto; nel 2013 gli ettari sono diventati 295, con un aumento in soli sette anni del 120 per cento. Oggi – comunica Coldiretti Bologna – ci sono oltre quattrocento aziende che coltivano ulivi per una produzione di 240 mila chilogrammi di olive e 30 mila chilogrammi di olio tra Imola e Bologna. “Si tratta di una piccola produzione – dice il presidente di Coldiretti Bologna, l’imolese Antonio Ferro – rispetto al resto dell’Emilia Romagna, dove la produzione media di olive raggiunge i 7 milioni di chilogrammi per un milione di chilogrammi di olio, ma si tratta di un prodotto di alta qualità che ha già ottenuto il marchio Qc (Qualità Controllata) dalla Regione Emilia Romagna e che punta ad ottenere ben più importanti riconoscimenti, come avviene in altri territori della Romagna, dove si producono due oli extravergini a denominazione di origine: Brisighella Dop Colline di Romagna Dop”.

Le olive del circondario imolese e di tutta la provincia di Bologna – è stato ricordato al convegno – vengono lavorate in un unico frantoio (il frantoio Rossi), che ha ereditato la storia e il sapere dei tre frantoi (due Imola e uno a Casalfiumanese) che tra il 1700 e il 1861 (anno dell’unità d’Italia) molivano le olive del territorio. Testimonianze – ricorda Coldiretti Bologna – restano nei toponimi del circondario, uno per tutti è la piazza dell’Ulivo a Imola nelle vicinanze della cattedrale di San Cassiano dove operava una pesa delle olive, mentre degli ulivi restano tracce nella riserva naturale del “Bosco della Frattona” e in altre ceppaie lungo la vallata del Santerno.

L’olivicoltura – ricorda Coldiretti Bologna – è quasi scomparsa nell’imolese a causa dei freddi di fine Ottocento-inizi Novecento, sostituita dalle allora più redditizie colture di albicocche, susine pesche. La rinascita è ripartita da poco più di una ventina d’anni con nuovi impianti che utilizzano le varietà di alta qualità, come la “Frantoio”, la “Leccino”, fino alla “Nostrana di Brisighella”. La ripartenza è anche merito della riscoperta della dieta mediterranea di cui l’olio extravergine è uno dei pilastri grazie – è stato detto al convegno dal docente di tecnologie alimentari dell’Università di Bologna, Giovanni Lercker e dal farmacista-erborista Antonio Zambrini – ai contenuti di grassi monoinsaturi e di polifenoli, importanti per la protezione nei confronti delle malattie cardiovascolari e nella prevenzione dei tumori.

“In un momento in cui grandi marchi italiani sono finiti in mani estere e aumentano le importazioni al punto che due bottiglie su tre contengono olio straniero – commenta Antonio Ferro – occorre adottare tutte le misure necessarie per garantire trasparenza negli scambi, combattere i rischi di frodi e assicurare la possibilità di fare una scelta di acquisto consapevole ai consumatori italiani”.

Sotto accusa – commenta Coldiretti – è la mancanza di trasparenza: nonostante sia obbligatorio indicarla per legge in etichetta dal primo luglio 2009, in base al Regolamento comunitario n.182 del 6 marzo 2009. Sulle bottiglie di extravergine ottenute da olive straniere in vendita nei supermercati è quasi impossibile, nella stragrande maggioranza dei casi, leggere le scritte “miscele di oli di oliva comunitari” o “miscele di oli di oliva non comunitari” obbligatorie per legge nelle etichette dell’olio di oliva, ma scritte in caratteri molto piccoli. Inoltre bottiglie con extravergine ottenuto da olive straniere – commenta Coldiretti – spesso sono vendute con marchi italiani e riportano con grande evidenza immagini, frasi o nomi che richiamano all’italianità fortemente ingannevoli.

“In attesa che vengano strette le maglie larghe della legislazione per non cadere nella trappola del mercato – conclude Ferro – il consiglio di Coldiretti è quello di guardare con più attenzione le etichette ed acquistare extravergini a denominazione di origine Dop, quelli in cui è esplicitamente indicato che sono stati ottenuti al cento per cento da olive italiane o di acquistare direttamente dai produttori, mentre in caso di dubbio verificare attentamente l'origine in etichetta”.