Al di là dei tanti aspetti che la rendono una normativa farraginosa è obsoleta, ce n'è uno in particolare che è contrario alla libertà di informazione perché fa  allungare la mano della politica sulla libertà di espressione.

 

Si tratta dell'articolo 6 che prevede la nomina di una Authority con il compito di giudicare sulla deontologia dei giornalisti. Il problema è che questa Authority è di prevalente nomina politica: 3 membri su 5. Gli effetti del giudizio deontologico da parte di una commissione di nomina a prevalenza politica è presto detto.

 

Intanto chiunque dovesse sentirsi chiamato in causa semplicemente perché è stato fatto il suo nome sulla pagine di un giornale nell’ambito, ad esempio, di un fatto di cronaca, potrà segnalarlo all’Autorità garante.

 

La segnalazione, scritta magari da un avvocato, attiverà l’organismo. Molto probabilmente, e in via parallela ma senza troppa pubblicità, si rivolgerà anche a chi ha la maggioranza in quella commissione. La politica. Magari andando direttamente dal segretario all’informazione, che ha nominato il presidente dell’organismo, per perorare le proprie ragioni. Il risultato sarà che, quanto meno, il giornalista chiamato in causa dovrà comparire davanti all’autorità. E magari verrà pure sanzionato.

 

Senza ombra di dubbio – assieme alle querele pretestuose per diffamazione e alle denunce temerarie come ce ne sono state a grappoli negli anni  – questo sarà uno strumento adoperato dagli avvocati e non solo per fare pressione e inibire che si scriva anche solo il nome dei loro clienti. Assurdo?  Intanto deve far pensare che a sostenere strenuamente la nomina a prevalenza politica di una commissione disciplinare per i giornalisti sia proprio un avvocato. Il relatore di maggioranza Andrea Belluzzi.

E poi è già successo. Quindi non è che manchino precedenti di questo comportamento.

 

Con la famosa “legge bavaglio” portata all’approvazione dall’allora Segretario all’informazione Ivan Foschi (Sinistra Unita).

 

Introdusse l’articolo 192bis del codice penale sammarinese, intitolato “divieto di pubblicazione”, nel quale il bene giuridico tutelato è il regolare svolgimento delle indagini. A parte la palese incostituzionalità di una norma che affibbia la responsabilità di un segreto a chi invece i segreti per professione li deve svelare, si capisce dalla legge che debba essere il magistrato che conduce le indagini stesse a valutare se la pubblicazione di qualsiasi cosa abbia danneggiato l’inchiesta giudiziaria o meno. E invece quell’articolo  – come peraltro era stato a suo tempo dall’Usgi (Unione sammarinese giornalisti e fotoreporters) paventato al Segretario di Stato – è diventato lo strumento principe in mano ai legali per fare pressione sui mezzi di informazione, per inibire la pubblicazione di fatti scomodi, per sottoporre a procedimento i giornalisti. Proprio come accadrà, probabilmente, con questa singolare autorità disciplinare.

Per la cronaca – senza che il Consiglio Grande e Generale (il parlamento sammarinese) conoscesse quante e quali testate ci sono a San Marino e quanti lavoratori del settore dato che la segreteria che ha presentato la legge questi dati non li ha raccolti – la nuova normativa – che quindi non si sa quante persone, imprese e giornali interesserà – è passata con 27 voti a favore, con solo quattro o cinque che sapevano cosa votassero e gli altri hanno fatto da spingibottone, e 21 contrari.

 

 

(Antonio Fabbri)