Lugo (Ra). Il macigno dell’astensione elettorale pesa, pesa molto. Sentirsi abbandonati dal proprio “popolo” non è piacevole, soprattutto quando hai intrapreso una coraggiosa strada di rinnovamento.

In Bassa Romagna questa ferita si sente, e ne abbiamo parlato con il coordinatore, a tempo, del Pd di questo territorio, Matteo Giacomoni.

Ora è quanto mai evidente che senza un partito con un credibile radicamento è difficile fare politica, e si diventa prigionieri degli sbalzi di umore dell’opinione pubblica. Che cosa avete intenzione di fare nell’area lughese?

“Abbiamo capito tutti che il partito è uno strumento indispensabile dell’agire politico, e ci si deve organizzare di conseguenza. Abbiamo circoli in tutti i comune, ma abbiamo anche l’Unione e di ciò dobbiamo prendere atto. A mio avviso siamo in ritardo rispetto alle scelte amministrative (e politiche) fatte, mentre dovremmo riuscire ad anticipare la direzione di marcia.

Come area dobbiamo costruire un coordinamento efficace, per essere un motore di crescita per l’Unione;  non possiamo solo rincorrere quel che fanno le amministrazioni.

Per ottenere questo risultato, ci vuole una struttura più robusta e all’inizio del prossimo anno andare ad una assemblea organizzativa per rendere più stringenti le scelte che faremo.

Una volta superato questo momento, sarà doveroso lavorare sui temi della Bassa Romagna,  in particolare quelli che coinvolgono tutti.

Penso alla sanità (ora inizia la fase di strutturazione dell’area vasta), alle infrastrutture ed i trasporti, e la domanda delle domande: cosa vogliamo fare dell’Unione.”

 

Se le amministrazioni ed il partito devono costruire un circuito virtuoso per offrire il meglio a cittadini, associazioni, imprese, dobbiamo prendere atto che, per i nostri abitanti, l’Unione è ancora un oggetto misterioso. Sembra un cantiere che non arriva mai ad una prima conclusione.

“Secondo me l’Unione è stata davvero un cantiere permanente. Adesso bisogna chiuderlo e cominciare ad abitare il nuovo edificio.

Fermiamoci un attimo, oliamo la macchia. Abbiamo visto che i risparmi ci sono stati (non esagerati, ma il trend è positivo,) ci ha permesso di dare servizi che i singoli comuni non potevano offrire (e mi viene in mente la documentazione  antisismica), nel campo dell’attenzione alla persona  siamo arrivati anche là dove non eravamo presenti e questo dimostra che il sistema tiene nonostante i tagli.

Si tratta di passi positivi che è giusto ricordare e anche sottolineare. Meno positiva è la nostra relazione con i cittadini e finchè non fermiamo le carte e guardiamo davvero la parte macchina burocratica (oggi abbiamo uniformato le procedure,e  non sempre nel modo più semplice) passi avanti non ne faremo. Ora, dobbiamo limare e sforbiciare e dimostrare l’efficacia dello strumento Unione.

A mio avviso non è peggiorato il rapporto con il pubblico (e non era affatto scontato), ma pochi hanno vista una differenza fra il prima e il dopo dell’Unione. Adesso dobbiamo fare in modo che si percepisca in maniera positiva e la sola via è quella dei fatti concreti che metteremo in campo.”

 

Restiamo ancora sulla “macchina” Unione. Da Roma, da Renzi, arriva un forte messaggio di sobrietà. Qui abbiamo visto che gli emolumenti più alti non hanno subito “danni” e ancora una volta il direttore finisce sui giornali per il suo robusto stipendio. Per dare un numero: in pochi raggiungono, tutti  insieme, uno stipendio di 1.200.000 Euro. Non si crea una contraddizione fra l’indicazione generale e l’agire concreto nel territorio?

“Un discorso sulla sobrietà è stato fatto, penso a TeAm, per il quale operano amministratori senza compenso. Quindi il tema delle partecipate ha già visto le forbici al lavoro.

Per quanto riguarda l’Unione dico che prima di tutto che serve una normativa generale, non possiamo agire in ordine sparso, perché così perdiamo le persone capaci. Io auspico normative che indichino dei tetti di riferimento al quale ci adegueremmo ben volentieri. Non credo invece alla logica del massimo ribasso. E’ un tema che dobbiamo definire sia come Unione che come Pd.”

 

Chiudiamo sul partito.  Come  rilanciare la sua funzione di “intellettuale collettivo” e non  solo quella, ora l’unica esistente, di comitato elettorale che si attiva alle scadenze istituzionali.

“Il nostro impegno lo possiamo riassumere in pochi concetti. Stare con le persone, parlare con loro, coinvolgerle. Abbiamo visto, anche alle elezioni regionali, che dove coinvolgiamo e parliamo con i cittadini i risultati si vedono anche nella partecipazione al voto (nonostante la debacle di partecipazione).

Adesso dobbiamo subiti riallacciare i rapporti con gli elettori, dobbiamo sapere cosa dire sulle questioni quotidiane e locali. La politica funziona quando riesce a capire i problemi e trovare la miglior soluzione.”

 

(m.z.)