Pare che ripetere tutto quello che non juvat, che non giova, sia il nostro karma, il prezzo da pagare per le negligenze fatte da una classe politica di “ripetenti” che non si dà argini, che si autoassolve e perpetua la ripetizione di modelli che sono buoni solo in quanto redditizi.

Modelli che sono parte integrante dell’etica del politico di base italiano e non solo post-ideologico che non vede il reato ma solo il peccato, e in quanto tale redimibile con letture appropriate, magari alle terme Salute e Benessere, con guida spirituale inclusa nel prezzo da rendicontare nelle spese di rappresentanza.

Una volta, quando si rubava molto ma lo si faceva di nascosto, con vergogna, poi si andava nelle segrete dai gesuiti a farsi flagellare, ci si emendava e poi si tornava a fare il brigante. Ora non si fa nemmeno la fatica di farsi contriti, al posto del monastero c’è il resort e la guida spirituale viene dall’est europeo e non ha più di venticinque anni. I tempi cambiano e dal peggio si è passati al pessimo. Sale però, grazie ai comportamenti che fissano passivi per i quali non si paga mai, il debito pubblico senza nessun freno, e insieme la sfiducia, e cresce un gorgo nel quale vengono risucchiati un po’ alla volta valori importanti di coesione sociale.

 

Quel che non venne fatto

Se ai tempi che furono, senza andare tanto lontano, siamo ai primi anni settanta, si fosse arginata la corruzione e la collusione Stato e mariuoli, e la convivenza ladri e guardie a colpi di severe pene detentive con un po’ di polso e senso protezionistico verso quelle istituzioni che tanto amiamo e che stillano ancora il sangue dei resistenti e dei liberatori, forse adesso non saremmo qui a più di quarant’anni di distanza a fare le stesse considerazioni sui mali che inabissano il Paese e a disquisire sul ricettario da adottare per redimerci.

Se prendere una via drastica di riforme comprensive di pene corporali, o diluire nel tempo (come avviene) la severità delle decisioni in dosi omeopatiche millesimate, tanto per non recedere dai nostri mali maggiori: le indulgenze piene, la smemoratezza, l’omertà. A noi piacciono le ricorrenze, le celebrazioni, i ricongiungimenti, le condivisioni politiche, e quelle comunelle che vanno sotto il nome di inciuci; un termine viscido, un evocativo di sessualità ruspante, rustica, che ricorda avvinghiamenti da pagliaio, e forse cose irriferibili con animali da cortile, insomma cose poco pulite.

 

I bla, bla, bla…

Comunque i grandi e piccoli discorsi politici ci affascinano, siamo sentimentali, tra un preludio di Beethoven e un trito discorso politichese preferiamo il secondo, e come succede alle brave ragazze ci innamoriamo di quei bellimbusti che andrebbero evitati. Ci piacciono (ancora) le narrazioni come si dice ora, pensando probabilmente a un’epica della parola alla quale non crede nemmeno l’oratore e non ci perdiamo nulla dello scroscio di retorica un tanto al chilo, pour-parler, del presidente o del segretario o del sotto-sotto vice capo di gabinetto, esaltati dal fluire comunicativo.

Per lo più sono narrazioni zoppicanti di strane figure kafkiane, personaggi mai visti. Tutti economisti in grisaglie grigie che annunciano catastrofi se non si farà questo e quest’altro, tutte pesantissime operazioni di prelievo di sangue e di denaro. Denaro e sangue. Siamo oberati dai funzionari e dai burocrati, la cui ridondanza non si spiega se non nel fatto che forse inconsciamente li amiamo e li invidiamo, per la noncuranza con cui si incensano di stipendi paradossali e prebende da cardinali nel bel mezzo di congiunture economiche ben più che maligne.

 

Una burocrazia, nata per fare nodi

Del resto la nostra burocrazia, nata per fare nodi più che per scioglierli, ha reti capillari di cunicoli dentro alle quali il funzionario si nasconde protetto da leggi salvavita come fosse l’ultimo dei panda.

Periodicamente l’urlo del popolo invoca giustizia fiscale, è quello il momento per tutti i beneficiati di inabissarsi e ignorare i lamenti, per poi riemergere a buriana passata, rafforzati e illuminati da una misteriosa aura di intangibilità che li rende ai nostri occhi di gente comune distaccati come degli dei. E non abbiamo ancora capito bene che non ci servono più quei numeri, e quegli enti, e che il taglio lineare servirebbe solo per colpire la ridondanza di cariche che sono tante e assai nel nostro mondo di mezzo, per dare un po’ di respiro ai tanti sommersi in pericolo di asfissia.

Ma come si dice: dietro a una giacca e a una cravatta e a un giornale aperto sulla scrivania ci stanno uomini, e dietro a loro una famiglia, e dietro alla famiglia altre infinite beghe che sono l’insieme delle nostre vite e che la riduzione di uno stipendio e il demansionamento e peggio la rimozione dall’incarico sarebbero una tragedia vera nel nostro mondo privo di tutele vere, nel nostro piccolo mondo di riqualificazione fasulla, per cui si mantengono eserciti di funzionari dentro a scatole vuote in piena legittimità eludendo soluzioni convenienti e praticabili, per pigrizia mentale e per avere sempre e solo conflittualità e dispersione di forze e spreco di denaro.

 

Sembriamo stufi di tutto, eppure…

Sembriamo stufi di tutto, eppure secoli di genuflessioni ci hanno incallito le ginocchia e piegato la schiena fino al punto di credere che quella piegata è la posizione corretta.  Siamo passati dalla indignazione per quello che si vede alla noia per le serialità delle malefatte, e dalla noia presto saremmo nel limbo dei perplessi e poi giù nella dimenticanza e nel crepuscolo della critica e del ragionamento. Gli scandali che si susseguono a un ritmo da varietà televisivo sono nella fase nella quale sono percepiti come ineluttabili fonti di intrattenimento. Mancando un’opportuna severità di giudizio, la pena certa per i reati, e ragionamenti critici e azioni senza pregiudizi tendenti a equilibrare e non a confliggere, quello che rimane è pubblicità e intrattenimento.

Una politica che fa il verso a se stessa proponendosi come una televendita con contrattazione al ribasso. Ormai siamo stufi anche dell’indignazione, siamo allo sbuffo, alla lingua penzoloni, alla alzata di spalle, al “tanto siamo così”, abbiamo saltato a piedi pari con un Fosbury avvitato e carpiato la parte in cui in altri paesi si procede agli allontanamenti, alle dismissioni, al pensionamento. Siamo stanchi anche della questione romana, e di quella milanese e di quella bolognese, e di tutte le altre che sono state, sono e verranno, sulle quali i commenti dei primari della chiacchiera, dei soloni del diritto, dei presentatori di ricette per dimagrire, non spostano di una virgola la delusione per una classe politica irriformabile. Il torbido è ben più radicato e non si limita a questi ultimi vent’anni. Andando a spulciare negli annali della nostra storia recente ci si accorge che la nostra cucina politica è da incubo, come quelle dei programmi con Gordon Ramsey che per fortuna lui demolisce, c’è sporcizia in ogni angolo, parassiti nei frigoriferi, cibo avariato, e poi è sempre lo stesso brodo che ribolle, bruciato, zuppo di grasso, immangiabile. Forse ci vuole un bravo e severissimo cuoco a sistemare la cucina Italia. Forse.

 

E qui arriva Amos Carletti

Senza toccare le grandi vergogne nazionali e disonestà varie, che si sono susseguite negli anni dal dopoguerra a oggi, vale la pena ricordare una truffa ben architettata targata 1974. Una truffa minore ai margini di quella grande dei petroli, forse la madre di tutte le truffe in quanto a collusioni altolocate, e poi di lì, in un moto franoso inarrestabile tante altre. Nel 1967 il Parlamento approva una legge che ridiscute i termini per i risarcimenti dei danni di guerra.

Circa tre anni dopo, nel 1970-1972, un commercialista fiorentino confeziona un pacco di fatture false su carta intestata di alcune grandi aziende belliche come la Caproni e la Siai Marchetti facendo risultare che nel periodo che va dal ’44 al ’45 queste aziende hanno rifornito le truppe tedesche con una quantità stupefacente di materiale bellico vario che solo la metà sarebbe stato sufficiente a fare vincere la guerra ai nazisti.

C’erano in ballo decine di miliardi. Il fatto che le aziende in questione avessero cessato l’attività produttiva nel ’40 non era rilevante evidentemente, infatti il meccanismo truffaldino prese l’avvio grazie ai contributi e alle sollecitazioni per le liquidazioni di capi gabinetto, segretari particolari di ministri, un paio di ministri, il capo di gabinetto di Andreotti che allora era presidente del Consiglio, il quale affrettò, sempre con garbo, (ci mancherebbe) l’avvio di certe pratiche.

La truffa dunque si accinge a dispiegare tutte le sue promesse, quando un ingenuo e zelante impiegato un certo Amos Carletti si accorge dell’imbroglio, e invia una nota al ministero che a quel punto non può ignorare che le suddette aziende non hanno i requisiti essendo defunte, anche se i loro fantasmi avevano già iniziato a riscuotere gli assegni. Apriti Cielo! Sdegno e disappunto. Spunta un giro di tangenti, sono coinvolti militari, finanza e istituzioni, tutti, allora come adesso. Risultato: Il processo si celebra sette anni dopo, nel 1981, i politici la fanno franca, e l’unico a essere messo a riposo in silenzio è il buon Amos Carletti, non un eroe, ma semplicemente uno che credeva che fare il proprio dovere significasse qualcosa. Chissà se lo rifarebbe.  

 

(Ivano Nanni)