Mi sono chiesto a lungo in che modo scrivere di Marta per chi non l’ha conosciuta – e penso che voi siate fra questi.  E’ quasi un anno che Marta Cimino è morta, giovane – perché alla sua età si è giovani – di cancro. Era una sociologa, abitava a Palermo, era figlia di Giuliana Saladino (“Romanzo popolare”, leggetelo se ancora non l’avete fatto) e di Marcello Cimino, uno dei fondatori del Pci siciliano del dopoguerra e poi ottimo editorialista de L'ora. Marta era figlia loro ma non nota come loro, benché anche lei facesse parte di quei “militanti di sinistra estrema rapiti da eleganze spartane, provinciali abituati a guardare lontano, moralisti dal giudizio severo  ed a volte non privo di una candida doppiezza” come scrive Sellerio nel risvolto di copertina del romanzo della madre. Marta ha inventanto i lenzuoli antimafia nei giorni degli assassini Falcone e Borsellino e si è resa disponibile, allora e dopo,  silenziosamente, per tutte le iniziative civili e di protesta – e le più efficaci le ha ideate lei – della città. C'era sempre, anche se non si vedeva quasi mai. E’ stata forse un “angelo del ciclostile” aggiornato ad “angelo della segreteria telefonica”. Scrisse di lei Michele Serra su  “Cuore”: nessuna manifestazione di cordoglio, benché potente e partecipata, riesce a fare quanto fa Marta da casa sua con una segreteria telefonica.

 

Viveva al primo piano di un vecchio e storico palazzo di via Maqueda, è morta in un paesetto della campagna trapanese. Quando ha capito di essere vicina alla fine si è allontanata silenziosamente da Palermo senza dire niente a chi l'ha conosciuta perché non sopportava la loro compassione, come un vecchio capo indiano che se ne va a morire là, oltre la collina.

 

Brindisi.

 

(Salvatore Scaglione)