Chi ha tanto paghi tanto

chi ha poco paghi poco.

Enrico Berlinguer 

 

A cosa servono le tasse? Ce ne siamo quasi dimenticati. Sembrano un entità avulsa, che vive di vita propria. Il loro significato é scollegato dalla funzione. Che era, dovrebbe essere, di acquisire risorse per garantire i servizi di cui abbiamo bisogno. Parrebbe un concetto semplice, eticamente ineccepibile.

Come la norma della Costituzione che vuole che ognuno contribuisca secondo le sue possibilità.

Sono conquiste di civiltà, comuni a tutti i popoli evoluti. Che non possono essere messe in discussione senza minarne la convivenza. Nessun Paese dotato di servizi moderni, tanto più se oberato di debiti, può permettersi una aliquota fiscale del 23%.

Chi lo sostenesse verrebbe sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio. C'è una soglia di prelievo oltre la quale si danneggia l'economia e si scoraggia l'iniziativa.

E c'è un limite al di sotto del quale non si può scendere se vogliamo trasporti, scuole e ospedali per tutti.

Allorquando, come in Italia, le tasse, per chi le paga, diventano troppo alte e il loro corrispettivo in servizi insoddisfacente, si crea una contraddizione che va risolta.

Poiché non si può pensare di dismettere le cure ai malati se gli ospedali non offrono le prestazioni attese, bisognerà provare a farli funzionare bene. Ottimizzando magari i costi. In tutti i servizi. Così da poter abbassare le imposte.

Quel tanto che si può, prima che si può, nei modi e non solo nelle quantità appropriate. Se abbassare le tasse sia, in sè, di destra o di sinistra, è una discussione insensata.

Ma quali tasse abbassare,a chi, per cosa, è una questione molto seria, che connota un governo in senso progressista o conservatore. E non si può archiviare con qualche battuta.

Il premier somiglia a quella maschera meneghina, Tecoppa, che pretendeva che l'avversario restasse fermo per poterlo infilzare più agevolmente con la spada.

Renzi ama ridurre le posizioni dell'avversario a caricature, evitando di confrontarsi col loro nocciolo critico. Viene ripagato, ovviamente, con la stessa moneta, in un confronto a rendimento zero.

Per come é stata posta la questione disputare se sia meglio avere tasse alte o basse equivale a chiedersi se sia più gradevole uscire col sereno o con la pioggia.

La sinistra che ho conosciuto non ha mai mostrato di preferire il maltempo: non voleva gravare di tasse i cittadini ma farle pagare a tutti. Per ragioni di giustizia, per pagare meno, per tenere i conti in ordine.

“Bisogna ridurre la pressione fiscale, mi diceva Vincenzo “Dracula” Visco, al tempo del Governo Prodi, ogni euro recuperato all'evasione servirà a questo”.

Un fisco equo, semplificato, a prova di evasione. Roba da rinnegati socialdemocratici, non da repubblica dei Soviet. La politica fiscale é il principale strumento di intervento economico dello Stato, non è neutra, mai.

Se fa mostra di esserlo è per stare dalla parte del più forte. In Italia lo è sempre stata, a dispetto dei principi costituzionali. La spirale degenerata indebitamento- pressione fiscale che comprime lo sviluppo dagli anni '80 non reca l'impronta culturale del Pci, giunto al Governo solo con l'Ulivo.

Nè il confronto storico fra sinistra e destra verteva sul troppo o sul poco ma sul ruolo dello stato nella società e nell'economia. Si potrebbe infine far rilevare a chi associasse la sinistra a politiche recessive che Keynes, padre delle politiche espansive, era un progressista.

L'austerità di Berlinguer fu un invito al rigore non alla povertà.

I rilievi che si possono muovere alla legge di stabilità non hanno fondamento storico né ideologico ma politico. E riguardano non la necessità condivisa di ridurre le tasse ma i contenuti dell'intervento.

Quella del Governo non è la peggiore delle manovre possibili, come strillano i suoi osteggiatori.

Ha una logica ispirata alla crescita, che non é reazionaria o berlusconiana. Ma non é neppure, nelle sue priorità è nelle sue proporzioni, necessaria in ogni sua parte, come nel caso della Tasi, nè complessivamente giusta, come a Renzi piace definirla.

Per la ragione che non affronta le questioni che rendono l'Italia un Paese ingiusto: l'enorme sperequazione sociale e lo scandalo fiscale che la favorisce.

Il 20% più ricco della popolazione possiede il 61% della ricchezza, mentre il 20% più povero appena lo 0,5%. Le conseguenze sul piano dell'economia e dei consumi sono gravi. Quelle sullo spirito pubblico ancora di più.

La “rivoluzione dell'avidità” avviata da Reagan, malgrado il fallimento del suo presupposto, la percolazione in basso della ricchezza prodotta dai suoi eccessi, ancora non incontra ostacoli ed erode sempre più il capitale sociale, la fiducia e le regole della convivenza.

L'assuefazione all'ideologia dominante impedisce non dico di sovvertire ma di invertire l'ordine delle priorità, anche solo temporali, dei provvedimenti.

Un percorso che, di qui al 2018, mettesse al primo posto un sistema fiscale per far pagare le tasse a tutti e non per agevolare l'adempimento a chi già le paga; e, assieme, un ulteriore intervento sul cuneo fiscale, per irrobustire la competitività delle imprese e la busta paga dei lavoratori; per poi calare di qualche punto le imposte sui redditi e solo da ultimo sgravare la prima casa ; darebbe luogo a risultati e stati d'animo in grado di determinare una svolta autentica.

Per ora a pagare sono sempre gli stessi, compresi i pensionati “ricchi” da 2.000 euro lordi al mese. Non sembra una cosa nuova, nè giusta.

Ha ragione la mamma di David Letterman: solo gli sfigati pagano le tasse.

 

 

 

(Guido Tampieri, Libero Pensatore)