Che fine fanno qualità del prodotto e autonomia delle testate?

 

Dopo “Mondazzoli” (Mondadori/Rizzoli) arriva “Stampubblica” (Stampa/Repubblica). Le fusioni si susseguono ed i megagruppi editoriali si rafforzano. Quali le possibili conseguenze? Qualcuno è arrivato ad ipotizzare, tra le ragioni che spingono a questo accorpamento, la necessità di rispondere in modo imprenditorialmente organizzato al crescere dei “barbari dell’online”. Comunque sia, certamente la preoccupazione deve essere molto alta. In epoche di “revisione della spesa” caratterizzata dai tagli lineari e, spesso, puramente burocratici e realizzati senza usare il cervello e valutarne le conseguenze; in un momento di diffuse scelte di ristrutturazione delle aziende che puntano, prima di tutto, alla riduzione del personale, la prima preoccupazione riguarda l’occupazione. Sappiamo che il sogno degli editori è quello di realizzare giornali senza giornalisti (e vi stanno riuscendo, anche grazie al contributo inconsapevole dei social network) è impossibile credere alle rassicurazioni che, al riguardo, ha fornito l’amministratore delegato del Gruppo L’Espresso, Monica Mondardini, nel corso di un incontro con una delegazione della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI, il Sindacato dei giornalisti). Appare incredibile che tra gli obiettivi di questa ulteriore fusione editoriale non vi sia anche quello di usare al massimo possibile le sinergie che nella logica degli editori vuol dire fare le stesse cose se non di più avendo meno dipendenti e, perfino, meno collaboratori precari. Basti pensare a quel che è accaduto nelle Marche dove gli stessi collaboratori vengono fatti lavorare per il quotidiano locale “il Corriere Adriatico” e le redazioni marchigiane di un giornale nazionale come “il Messaggero”. Si tratta di due quotidiani afferenti, appunto, alla stessa proprietà: Caltagirone.

Di conseguenza viene la seconda preoccupazione: la qualità del prodotto.

E’ noto che per la gran parte degli editori italiani (e, forse, non solo italiani) è la qualità/quantità della pubblicità che interessa e non certo dell’informazione che veicolano. Meno personale, possibilmente malpagato, sono le condizioni esattamente opposte a quelle che richiede un lavoro giornalistico ben fatto e, quindi, di qualità. Questo rimanda anche alla responsabilità dei lettori che non sembrano particolarmente affezionati alla qualità di quel che leggono anche se nella diminuzione drastica che la lettura dei giornali cartacei ha subito negli ultimi anni probabilmente c’è anche questo fattore. Ma nei mezzi che hanno sostituito, per tanti, la carta non pare di cogliere – almeno nella maggior parte dei casi (generalizzare è sempre sbagliato) – una maggiore attenzione professionale al prodotto, anzi.

Infine, l’ultima preoccupazione (ultima non in ordine di importanza): l’autonomia delle testate. L’accorpamento tra il Gruppo L’Espresso che oltre a “Repubblica” edita 17/18 quotidiani locali sparsi su tutto il territorio nazionale (senza contare l’articolazione delle redazioni regionali della stessa “Repubblica”) ed il gruppo ITEDI che edita “La Stampa” ed “il Secolo XIX” è la più grande fusione editoriale programmata nel nostro Paese (vedremo se potrà davvero realizzarsi nelle forme previste o se gli organi di controllo avranno di che dire). Oltre a quelli propriamente locali vi sono coinvolti tre giornali se non di diffusione certamente di valenza nazionale. E’ davvero pensabile che ogni testata potrà conservare la proprio autonoma impostazione? Certo, nella fase iniziale questo accadrà, ma via via la tentazione di razionalizzare i prodotti, di “sinergizzarli”, di orientarli a condurre le stesse battaglie (meglio: le medesime azioni lobbistiche sulle istituzioni e nei confronti della politica) prenderà il sopravvento. Analisi pessimistica? Forse. Tuttavia, in questa operazione vedo un grande affare per chi controlla le proprietà, meno per i dipendenti e per gli utenti.     



(Giovanni Rossi,già Presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana)