Bologna. Giovedì 7 aprile si è aperta, con la requisitoria del Pubblico Ministero Francesco Caleca, la fase della discussione di Black Monkey.

Black Monkey, il primo grande processo di 'ndrangheta in Emilia Romagna, è iniziato nel Tribunale di Bologna a marzo del 2014 e vede alla sbarra 23 imputati di cui 13 accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso.

Nel corso delle udienze del processo si è andata sempre più a delineare quella che l'accusa considera una vera e propria struttura 'ndranghetistica.  L'associazione a delinquere avrebbe, dal 2002 ad oggi, creato un “impero” del gioco d'azzardo illegale, tramite slot machines e piattaforme on-line, partendo dalla provincia di Ravenna ed espandendosi non solo in Emilia Romagna, ma anche in Campania, Calabria, Lazio, Malta, Inghilterra, Romania, Slovenia, Georgia.

Il clan, con a capo Nicola 'Rocco' Femia, è stato fautore di usure, pestaggi, intimidazioni, come spesso è stato chiaro nei racconti di testimoni evidentemente impauriti. Elemento che ha, ovviamente, reso più difficile il procedimento in una regione non ancora abituata a processi del genere.

La requisitoria del Pm è iniziata proprio da un fatto emblematico per quanto riguarda questo punto di vista: la vicenda di Et Toumi Ennaji. Testimone chiave del processo, Et Toumi nel 2010 era stato picchiato e aveva subito un tentato sequestro da tre dei principali imputati – Giannalberto Campagna, Filippo Crusco e Luigi Carrozzino – nei pressi dell'Hotel Molino Rosso di Imola, dove il ragazzo di origine marocchina era riuscito a chiamare la Polizia. Dalla sua denuncia è partita l'intera inchiesta e il processo, che sta portando alla luce un complesso sistema di affari illeciti nel campo del gioco d'azzardo. Il ragazzo, originario del Marocco ma residente in Belgio, non si riesce più a trovare. Per questo il Pm Caleca aveva chiesto di acquisire le dichiarazioni che Et Toumi aveva fatto durante le indagini preliminari, richiesta che, in una delle udienze, era stata rigettata dal collegio dei giudici. Sarebbe stato infatti necessario, secondo la Corte, che il ragazzo venisse sentito durante le udienze preliminari nella forma dell'incidente probatorio, che consente di raccogliere – già nelle fasi preliminari del processo – dichiarazioni che possano valere come vere e proprie prove: era infatti evidente che Et Toumi – minacciato –  avrebbe potuto di lì a poco rendersi irreperibile e non presentarsi a deporre come testimone. Nonostante, quindi, la consapevolezza che il fatto non può costituire prove, il Pubblico Ministero ha fatto presente di come questa vicenda sia emblematica, anche per l'accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso.

Vista la mancanza di prove il Pm ha chiesto l'assoluzione di Filippo Crusco e di Giannalberto Campagna, rispettivamente stretto collaboratore e genero di Nicola 'Rocco', per il tentato sequestro di Et Toumi. Caleca sta forse tentando in questo modo di conservare comunque la verità storica, diversa – per forza di cose data la scomparsa di Ennaji – da quella giudiziaria.

 

Un altro punto di cui ha parlato Francesco Caleca per portare avanti l'accusa dell'aggravante mafiosa è il legame tra Nicola 'Rocco' Femia e altri importanti esponenti non solo dell'ndrangheta, ma anche di Camorra e Cosa Nostra.

Già qualche tempo fa era emersa una telefonata del 2012 tra Femia e Michele Bolognino – uno dei principali imputati del Processo Aemilia – in cui i due si confrontano in modo acceso su affari di interesse comune, e dalla quale emerge chiaramente il rispetto che Bolognino riconosce alla persona di Nicola Rocco Femia.

Parlando della vicenda di De Marco, invece, il Pubblico Ministero ha voluto mettere in evidenza la relazione con il clan Sarno di Salerno, cui Femia si era rivolto personalmente per risolvere la questione e per la quale il clan gli aveva messo a disposizione Irco Ciro.

Dopo che Giovanni De Marco, collaboratore della 'ndrina, si era appropriato della somma di circa € 50.000,00, provente del gioco illegale online, Nicola 'Rocco' Femia – come si legge nell'ordinanza – “aveva cercato di riavere i soldi con ripetute minacce di azioni violente ai danni dello stesso De Marco e dei suoi familiari (la madre, la moglie e il fratello Giuseppe) così da suscitare nelle persone offese gravi timori per la loro incolumità e aveva così costretto De Marco a consegnare una somma non inferiore a 15.000,00 €, in parte reperita dal fratello tramite un prestito bancario. In questo modo Femia si era procurato l'ingiusto profitto corrispondente alla disponibilità di quella somma di denaro con corrispondente danno patrimoniale per le persone offese”.

Femia, per questo fatto, è accusato con l'aggravante di aver commesso il fatto “valendosi della forza di intimidazione e della condizione di assoggettamento, cui le vittime venivano costrette sia in ragione della appartenenza di Irco Ciro e Femia Nicola a organizzazioni criminali di stampo rispettivamente camorristico e ndraghetistico, nota alle stesse vittime, sia per le modalità delle plurime intimidazioni rivolte indistintamente ai componenti del nucleo familiare di Giovanni De Marco: raggiunti presso le loro abitazioni per costringerli a favorire le ricerche del loro congiunto o comunque a pagare la somma sottratta da De Marco”.

 

Anche da questo fatto risulta evidente l'importanza di Nicola Femia come “intelligenza strategica” – così l'ha definita lo stesso Pm Caleca – della 'ndrina.

 

Vero e proprio “manuale di mafiosità” ha definito invece la vicenda di Giampiero Dibilio.

Dibilio aveva conosciuto Nicola 'Rocco' Femia nel 2003 e da lui comprava le schede e le slot machines per la sua sala giochi a Roma. Nel 2009 contrae con Femia un debito di 280mila/300mila euro, a causa del quale decide di dargli in gestione temporanea la sala giochi (alla Guardia di Finanza aveva dichiarato che era stato costretto). Licenzia, o meglio viene costretto a licenziare, i suoi dipendenti e la gestione viene affidata a un altro imputato del processo Black Monkey, La Pasta Pasquale.

In questo modo la 'ndrina di Femia arriva a guadagnare un ingiusto profitto di 400mila euro al mese dalla gestione della sala giochi. Per compiere queste azioni, ovviamente, Femia e i collaboratori si sono valsi della forza di intimidazione e della condizione di assoggettamento cui la vittima veniva costretta, in ragione dell'appartenenza di Nicola Femia a organizzazioni criminali di stampo ndraghetistico nota a Dibilio.

 

La requisitoria del Pubblico Ministero continuerà il 12 maggio. Come in tutte le udienze, di fianco agli imputati e agli avvocati, a riempire l'aula saranno tutti coloro che da due anni continuano ad interessarsi a quello che è uno dei più importanti processi di mafia della nostra Regione: ragazze e ragazzi di Libera, studenti di classi provenienti da tutta l'Emilia Romagna, normali cittadini. Con il Processo Aemilia siamo arrivati ad un punto di non ritorno: nessuno può più dire che le mafie non si sono radicate. Sono tanti però i processi che ci avevano dato un segnale, non colto né dai cittadini né dai media che di questi fenomeni dovrebbero parlare.

C'è ancora la speranza che in questa importante fase finale di Black Monkey qualcosa cambi nell'attenzione mediatica, perché, nonostante gli imputati siano relativamente pochi rispetto ai 239 di Aemilia, è un processo importantissimo, che sta mostrando la violenza di un sistema criminale che continua a infiltrarsi e distruggere l'economia legale di questo Paese.

 

(Sofia Nardacchione)