“Non ci sono posti di lavoro su un pianeta morto”. Questa la premessa di apertura alla XXI Conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici che si è tenuta nel dicembre scorso nella capitale francese.
Prendendo spunto da questa preoccupante, vera e concreta considerazione, in vista del referendum di domenica 17 aprile, Vincenzo Balzani, professore emerito dell'Università di Bologna, membro dell'American association for the advancement of science e Accademico dei Lincei, ne parla con noi in un'intervista a tutto tondo.

“Non c'è più tempo. Le energie rinnovabili sostituiranno gli idrocarburi nel giro di qualche decennio e l'Italia non potrà che adeguarsi, lo voglia o no. Dobbiamo ridurre l'uso dei combustibili fossili. L'accordo di Parigi è un passo importante per le future generazioni. Finalmente è stato raggiunto un accordo fra 196 paesi che sarà ratificato a New York entro l'anno prossimo”. Balzani entra nel merito di tante questioni, tutte riconducibili alla salvaguardia del nostro pianeta. Lo fa con il puntiglio appassionato del professore utilizzando dati scientifici, non argomenti di “pancia”, più cari alla polemica politica.

Un tassello importante del suo ragionamento passa anche dal referendum sulle “trivelle” che si terrà domenica 17 aprile e che vede contrapposto il Partito Democratico, democraticamente contrario pure al recarsi alle urne, alle tante associazioni ambientaliste, di categoria e a variegati pezzi della società civile e produttiva. Tanto da ricomprendere pure segmenti dell'arco istituzionale con l'appello del presidente della Corte Costituzionale, Paolo Grossi, che ha affermato che “la partecipazione fa parte della carta d'identità del cittadino”. Insomma un bell'invito ad andare a votare, anziché andare al mare.

Professore, si fa un gran parlare di trivelle, gas e petrolio, ma l'Italia che cosa ottiene dallo sfruttamento di queste risorse e quanto incide sul nostro fabbisogno energetico?
“L'Italia non galleggia su un mare di petrolio e gas come sento dire da più parti, anzi. Le nostre risorse sono molto limitate e contribuiscono minimamente a placare la nostra sete di energia”.

Ma allora perché ostinarsi a continuare l'estrazione di risorse così scarse, il motivo sarà sicuramente economico, il profitto in altre parole.
“Guardi, la questione del profitto va chiarita e ben inquadrata: gli idrocarburi estratti sono di proprietà delle compagnie che li estraggono. A noi vanno solo le royalties. Nel 2014 sono state pari a 70 milioni di euro per lo stato, 182 milioni per le regioni e circa 20 milioni per i comuni. Briciole in sostanza. Ma l'aspetto più incredibile è che l'estrazione degli idrocarburi, soprattutto in Emilia Romagna, produce una perdita secca.”

Com'è possibile che l'agognato gas e l'oro nero producano perdite?
“E' presto detto, sa quanto ha ricevuto nel 2014 la regione Emilia Romagna: 7,5 milioni di euro. Sa quanto ha speso per rimediare ai danni della subsidenza mettendo nuovamente la sabbia sulle spiagge? 13 milioni di euro. Faccia lei i conti se questo è guadagno oppure perdita. Perché – continua – c'è una franchigia sul quantitativo di idrocarburi estratti su cui si pagano le royalties. Sa cosa succede, lo sanno in pochi, le compagnie pagano se raggiungono un certo numero di metri cubi estratti ogni anno. Sotto quel livello non si paga nulla. Col referendum si chiede che quando scadono le concessioni le estrazioni si fermino. Altrimenti che fanno le compagnie? Estraggono pochi idrocarburi e non pagano. Non dimentichiamoci inoltre che se le concessioni non scadono mai queste piattaforme di estrazione non verranno mai smantellate e le lasceremo sempre lì, in mare”.

Se l'Italia continuasse a estrarre petrolio e gas per quanto tempo potremmo garantirci una, seppur parziale, autonomia energetica?
“L'Italia non ha ne avrà mai un'autonomia energetica garantita dagli idrocarburi che finiranno di certo, lo sanno tutti. Sarebbe anche bene lasciarne 1/3 dove stanno, sottoterra. Perché altrimenti distruggeremo il pianeta e, come detto a Parigi, non c'è lavoro su un pianeta morto. Su questo dobbiamo farci tutti i conti. Dobbiamo ridurre da subito l'uso dei combustibili fossili a favore delle fonti rinnovabili. Detto questo, se si estraesse tutto il petrolio di cui dispone l'Italia ne avremmo a sufficienza per meno di tre anni. Mentre per il gas, se utilizzassimo tutte le risorse e le riserve di cui dispone il nostro territorio, ci basterebbe appena per poco più di un anno”.

Da scienziato pensa che le risorse di idrocarburi ancora disponibili potrebbero essere usate meglio di come stiamo facendo?
“Ribadisco che una parte di idrocarburi andrebbero, per le ragioni che ho detto, lasciati sottoterra se vogliamo sopravvivere. Parte di quelle risorse potrebbero essere utilizzate più proficuamente per accelerare il processo verso le fonti di energia rinnovabile. Produrre cioè pannelli fotovoltaici, pale eoliche, soluzioni energetiche innovative. Sfruttare l'energia in modo che la transizione alle rinnovabili avvenga più in fretta. Questa transizione è inevitabile. Accelerandola ci ammaleremo di meno e moriremo di meno a causa degli effetti derivanti dalla combustione degli idrocarburi che, è bene ricordarlo, solo in Europa miete circa 500.000 vittime ogni anno.”

Siamo oramai alle porte del referendum abrogativo di domenica prossima, un'opportunità per l'Italia?
“Anche l'Italia dovrà prendere il treno delle energie rinnovabili. Questo è certo. Cinque anni fa abbiamo già votato contro la reintroduzione del programma nucleare abbandonato nel 1987, sempre a seguito di un referendum. Molti sostenevano che con quella scelta avremmo perso un treno. Io dico per fortuna cha l'abbiamo perso. Gli italiani hanno capito che è stata una decisione molto saggia ed anche oggi bisogna ragionare perché dal risultato ne va del nostro futuro e di quello delle generazioni future. Solo un esempio illuminante. La Francia, al contrario di noi, ha proseguito col programma nucleare col risultato che una centrale che doveva essere costruita in cinque anni non sarà ancora pronta all'esercizio dopo quindici. Non produce un milliwatt di energia e se ne sta invece utilizzando tantissima per costruirla. Grazie a quel voto contro il nucleare del 2011 noi abbiamo investito nel fotovoltaico col risultato che produciamo già energia pari a due centrali nucleari. Il confronto con la Francia è impietoso. Per non parlare dei rischi, dello smaltimento delle scorie, del costo. Noi produciamo energia pulita loro sono in attesa di terminare, dopo tanti anni, una centrale nucleare.
Una situazione simile si ripete con il referendum di domenica. Il treno del fossile lo stanno abbandonando tutti. Guardi solo le grandi compagnie finanziarie. Rockefeller e, ancor più gli Emirati Arabi, stanno disinvestendo sulle fonti fossili per investire sulle rinnovabili. Lo fanno perché sono buoni? No, lo fanno perché ci guadagnano. Nessuno investe in una fonte di energia che non ha futuro, come gli idrocarburi. Votando al referendum diamo un segnale ben chiaro al governo che vogliamo prendere il treno del futuro. E questo treno lo si prende votando sì. L'Italia vuole avere un futuro, non un pianeta morto”.

(Caterina Grazioli)