Presidenti della Suprema Corte, Presidenti emeriti della Repubblica, cattedratici di ogni ordine e grado.

Tutti in campo a discutere non se sia bene o male andare a votare in occasione del referendum inconsistente di domenica, ma se sia un dovere prendervi parte, a prescindere dai contenuti, per il solo fatto che qualcuno l'ha proposto o non, piuttosto, un diritto disertarlo perché se ne contestano il significato e la portata.

Una partecipazione che non ha niente a che vedere col diritto- dovere di eleggere i nostri rappresentanti nelle istituzioni concorrendo, secondo l'idea di cittadinanza attiva contenuta nella Costituzione al dispiegarsi della vita della comunità.

Sappiamo tutti, avendo vissuto le esperienze degli anni '80 e '90, che non c'è niente di più facile in Italia che promuovere un referendum, nella certezza che qualcuno che vi apponga le firme necessarie lo si trova sempre.

Abbiamo visto quante domande stupide, malandrine o anche solo incomprensibili, accanto ad alcuni referendum seri, siano state poste ad un corpo elettorale frastornato e stremato.

Del quale, infine, abbiamo potuto misurare la reazione, in un estremo moto di autodifesa, salutare per il buon funzionamento delle istituzioni.

Io non so, scientificamente parlando, se andare a votare sia un diritto, un dovere o non piuttosto entrambe le cose esercitate in nome della libertà.

So che esiste, però, e lo rivendico, un diritto all'auto tutela individuale e collettiva ogni qualvolta vi siano eccessi, da chiunque procurati, che impegnino organi di Stato, risorse umane e noi cittadini per finalità poco importanti e spesso diverse da quelle prospettate alle persone per bene che si recano a votare.

Se esiste un diritto di dire un si o un no nel merito di un quesito, esiste anche un diritto di dire no al quesito stesso. Nel solo modo in cui a un libero cittadino é possibile farlo.

 

(Guido Tampieri)