Meno di ottocentomila persone durante tutta la manifestazione. Questi i numeri secondo gli organizzatori. Il “Concertone “ di Roma del 1° maggio è tutto qui. A leggere oggi le cronache -Repubblica online la posiziona all'11° posto dopo il Bitcoin, l'arresto del Chapo peruviano e sotto il Milan in crisi – pare che la rilevanza della notizia rispecchi alla virgola l'indice di disoccupazione del Paese.

Non c'è purtroppo da stupirsi di questa disaffezione per un evento che le cronache definiscono più concerto con sempre meno politica. Quest'ultima è ormai relegata sempre più alle stanze e sempre meno alle piazze: mica siamo in Francia, dove si protesta da più di un mese per il jobs act alla francese.

Le cause sono purtroppo note. I sindacati faticano a negoziare i diritti, a volte rinunciano proprio. I partiti dimostrano sempre meno interesse per i lavoratori e sempre più per le imprese, venendo meno al ruolo di rappresentanza. Ne sono esempio il Jobs Act e il sempre attuale “ce lo chiede l'Europa”. Senza dimenticare che i lavoratori sono ormai così pochi che il Circo Massimo pare un'arena smisurata e non più adeguata.

Insomma, si potrebbe pensare ad un fallimento. Lo spettacolo è rimasto, ma solo quello. Lo spirito politico che animava la festa dei lavoratori sotto al palco è svanito.
Si assiste solo alla liturgia delle foto dei segretari generali dei sindacati, quest'anno a Genova, dietro gli striscioni. Poco altro. Un poco più di politica a Taranto, dove si è svolto una sorta di “contro concertone” e dove la voglia di riscossa di un territorio ancor più calpestato che nel resto d'Italia pare più forte.

In realtà l'obiettivo è stato raggiunto. Sbaglia chi crede che la sostituzione dello spettacolo alla politica sia un incidente di percorso. Niente affatto. Questo si è progettato e questo è avvenuto. Non ci sono più lavoratori perché le aziende hanno cominciato 20 anni fa a delocalizzare la produzione in stati dove la manodopera costava meno. Non ci sono più lavoratori perché le politiche per il lavoro sono vantaggiose per le imprese, e solo per loro. Non ci sono più lavoratori stabili perché non servono più al sistema. In tutto questo la politica e i sindacati hanno le loro rilevanti responsabilità.

Quello che però serve ancora è la rappresentazione del lavoro. Serve per evitare di certificare il collasso del Paese in un film dove gli attori, sempre quelli, interpretano la loro parte come se tutto fosse immutato. Ma nella realtà siamo ai titoli di coda e gli spettatori stanno uscendo dalla sala. Chissà se la prossima volta avranno di che pagare il biglietto. Per dirla con il filosofo (marxista) Diego Fusaro “Orsù, festeggiamo il lavoro, oggi che l'hanno distrutto”.

In sedicesimi anche a Imola è avvenuto lo stesso. Una piazza Matteotti non così piena, anzi. Dove la facevano da padrone i tre banchetti dei sindacati confederali. Debitamente a distanza uno dall'altro. Una banda musicale che con i suoi trenta elementi faceva concorrenza alla piazza. Insomma, lo spettacolo è salvo, il lavoro no.

(Caterina Grazioli)