Come cambia la nostra storia se al Brennero torna il filo spinato.
Nel corso della campagna elettorale per le elezioni regionali del 1988, insieme a uno sparuto gruppetto di ambientalisti nord e sudtirolesi, stendemmo un grande striscione al Brennero, su cui era scritto Grüne überwinden Grenzen / I Verdi superano i confini. In quell'occasione, i gendarmi austriaci ci fermarono perché avevamo sia pur pacificamente “sconfinato” e minacciarono di arresto i nostri compagni tirolesi. L'Austria non faceva ancora parte dell'UE e controllava i propri confini. Soprattutto quelli con l'Italia, cui la contrapponeva una lunga inimicizia storica.
Nel 1995 ci incontrammo nuovamente davanti al cippo con Eva Lichtenberger, deputata del Tirolo e poi parlamentare a Vienna e a Strasburgo, per festeggiare “la fine del confine”.
Il 1° dicembre del 2007 l'Austria entrò a far parte di Schengen e Silvius Magnago, il principale “padre” dell'Autonomia sudtirolese, parlò di “confini di seta”.

La frontiera del Brennero dal 1919 era sentita come un sopruso dalla popolazione di lingua tedesca, separata contro la sua volontà dalla parte nord ed est della stessa regione. Nel secondo dopoguerra, il confine non fu spostato, ma con l'autonomia speciale e soprattutto attraverso l'appartenenza di entrambi gli stati all'Unione Europea, oggi ha perso di significato. Negli ultimi dieci anni, andando avanti e indietro verso Innsbruck o verso Landeck o verso Lienz si provava un senso di felicità difficile da spiegare. Poter transitare senza mostrare il passaporto o la carta d'identità è stato psicologicamente – e quindi politicamente – un grande fatto, che ha contribuito molto alla riduzione delle tensioni etniche nella provincia di Bolzano.

Dopo Schengen, quel non-confine stava lì anche a testimoniare che l'Unione Europea non era un obbligo per mettere fine alle guerre secolari fra le nazioni d'Europa, ma un'unione di popoli e genti fondata su diritti, ideali comuni o anche una cultura comune (come dimostra la stupenda mostra dell'Accademia dei Lincei in corso a Roma su “I libri che hanno fatto l'Europa”). Oggi che l'Europa è solo denaro, al Brennero, al posto del vecchio mercato di ambulanti, è sorto un grande centro commerciale, che attira compratori da entrambi i versanti del valico. Il cittadino è diventato consumatore ma almeno vi si parlano due lingue.

L'annuncio dell'Austria che in aprile, dopo pasqua, sarebbero state messe le barriere di filo spinato al Brennero, ha suscitato incredulità e un vero shock. La potenza protettrice della minoranza tedesca (i vecchi la chiamano “madrepatria”) sta ripristinando il confine più odiato. La speranza che gli altri confini, Prato alla Drava, passo Resia, passo Stalle e passo del Rombo non si costruiscano barriere, è caduta già il 5 di febbraio. I tre presidenti delle regioni che vorrebbero creare l'Euregio Tirol  (Tirolo austriaco, Sudtirolo e Trentino) non sono neppure stati informati.

Sono andati insieme a Vienna, e là hanno dovuto incassare la ferma indifferenza alle loro richieste di sospendere i provvedimenti presi. In Austria vi è un ampio consenso sulla scelta del governo, presa peraltro da un cancelliere socialdemocratico. I socialdemocratici spargono qualche lacrima di coccodrillo. Di “fitta al cuore” parla Peter Jankovich, ex ministro degli Esteri; di decisione “nemica del Tirolo e illegittima” Erwin Niederwieser, ex parlamentare socialista e referente per la questione sudtirolese. Helmuth Kohl, responsabile per le politiche sudtirolesi per il partito popolare e candidato ÖVP (popolari) alle elezioni presidenziali del 24 aprile, in cui ha subito una sconfitta drammatica, ritiene “giusta la decisione presa” di fare le barriere, e come gli altri chiama il blocco dei confini “management dei confini verso i rifugiati”, un eufemismo tragico, ma perfetto per favorire la destra xenofoba. Quest'ultima non ha perso l'occasione di rimettere in discussione il confine del Brennero, accontentando gli estremisti di destra che in Sudtirolo condividono la politica di chiusura ai migranti, ma vorrebbero stare “dalla parte giusta del confine”.

Al di là di Brennero si sono accumulati materiali edili, rotoli di filo spinato e macchine per costruire la barriera.  Le autorità viennesi e di recente anche il presidente del Tirolo, Günther Platter, hanno accusato l'Italia di non fermare i migranti prima del Brennero (tralasciando che per tutto l'inverno i migranti sono arrivati a centinaia al giorno al Brennero da nord e non sono mai stati fermati dagli austriaci). Il governo italiano si è appellato agli accordi europei, senza ottenere niente, e il ministro Alfano ha fatto degli incontri. Il 22 di maggio il ministro dell'Interno italiano ha mandato 25 militari.
Gli austriaci dal canto loro hanno schierato 80 poliziotti, perché gli austriaci non si fidano dei controlli italiani. Il capo del governo italiano ha ironizzato sulle presunte scelte elettoralistiche. 

Il 23 maggio Alexander van Der Bellen, che è contrario alla barriera al Brennero, ha vinto di stretta misura il ballottaggio per la presidenza della Repubblica contro l'esponente della destra xenofoba e nazionalista Hofer. Il giorno dopo la sua elezione i lavori al Brennero sono ripresi e il presidente del Tirolo ha attaccato nuovamente con violenza l'Italia perché lascerebbe passare i migranti. E subito gli ha fatto eco il presidente della Provincia di Bolzano che ha chiesto controlli più forti per fermare i migranti prima del confine  in modo che le merci e i turisti possano continuare a passare senza problemi.

 “Lo stato sociale oggi è possibile solo all'interno dei confini”, ha scritto il filosofo viennese Konrad Paul Liessmann, che ricorda che in Europa tutto l'aiuto ai rifugiati viene fatto su base volontaria. Lo stato sociale di per sé dovrebbe andare oltre le elemosine e il lavoro gratuito legato alle emozioni del momento, ma l'Unione europea non si è mai interessata allo stato sociale, lasciandolo alle scelte di ogni stato.
L'aumento dei concorrenti ai benefici sociali manda in panico i più poveri, o coloro che temono di diventare o tornare ad essere poveri. In Austria la classe operaia, quartiere per quartiere, regione per regione, è transitata direttamente ai Freiheitlichen ultranazionalisti e xenofobi.
Il loro successo ha messo in luce l'incapacità di gestire un evento epocale come la migrazione di massa. Socialdemocratici e popolari uniti nella Große Koalition, la grande coalizione, non hanno avuto il coraggio o la volontà di ridurre le differenze fra ricchissimi e gli altri e hanno scaricato sulla classe media il peso della concorrenza nel lavoro, e nel welfare.
Liessmann nel 2012 ha pubblicato un libro intitolato “Lob der Grenze”, (Lode del confine), che non intende affatto giustificare le barriere ai confini, ma indicare la necessità dei limiti. Liessmann usa il termine “fatale”per descrivere gli effetti della costruzione di barriere ai confini fra i paesi dell'Unione europea: fatale per il progetto di Unione Europea e fatale per il Tirolo.

L'ex commissario europeo per l'agricoltura (anche al tempo di Prodi), l'austriaco e tirolese Franz Fischler , in un'intervista rilasciata alla Neue Südtiroler Tageszeitung di Bolzano, dice di temere una catastrofe al Brennero, critica i capi di governo europei, responsabili della politica dell'Unione, ognuno dei quali “cerca di risolvere i propri problemi a spese degli altri”, e parla anche di “fallimento della commissione europea”, che non ha attuato le decisioni prese in materia di distribuzione dei rifugiati; consiglia di non aspettare che le cose accadano senza prendere iniziative. “Vi metto in guardia” dice. “Se si sta solo a guardare, al Brennero saranno migliaia e il confine sarà chiuso: i rifugiati saranno sull'autostrada, sui binari del treno”. E conclude: “Qui si dimostrerà se l'Euregio Tirol è solo un salotto per chiacchierare o qualcos'altro”. Ma con quali mezzi e autorità il “salotto” potrebbe far cambiare la politica dell'Austria?

Per quanto riguarda l'opinione pubblica sudtirolese, si deve dire che le prime ondate di migranti a metà del 2015 sono state accolte con grande generosità da parte della cittadinanza. Oggi ci sono poco meno di 900 rifugiati in provincia. Molti altri sono stati rifocillati, e hanno proseguito.  
La Provincia l'anno scorso ha chiesto e ottenuto dallo stato di poter gestire autonomamente le quote di rifugiati spettanti a ogni regione/provincia. Ha messo a disposizione diverse strutture sul territorio, oltre alle due strutture già esistenti a Bolzano, e ha creato un centro di accoglienza  (Flüchtlingsberatung/Consulenza profughi), affidato al volontariato.
I rifugiati vengono aiutati a fare le carte per la Questura (che non ha personale), ricevono un documento provvisorio, che attesta che hanno fatto richiesta di asilo.
Con questo accedono a vari servizi e all'assistenza sanitaria, per due anni. Infatti la Commissione territoriale di Verona decide entro un anno se il diritto all'asilo esiste, e chi fa ricorso avverso una decisione negativa ha un ulteriore anno prima della decisione definitiva. 
Ma le strutture non sono sufficienti. Coloro che lavorano nei centri di accoglienza pensano che siano necessarie ulteriori strutture ma soprattutto che siano abbreviati i tempi infiniti di definizione del diritto di asilo. Ma come si fa a rimandare indietro persone che hanno fatto viaggi apocalittici e dietro di sé non hanno lasciato niente? L'assessora alla sanità e sociale sta distribuendo piccoli gruppi nei vari comuni, ma quanti e per quanto tempo potranno essere accolti in questo modo in mancanza di una politica statale ed europea? E in mancanza di una politica di accoglienza che non si limiti al dormire, mangiare, lavarsi, senza prevedere insegnamento delle lingue, istruzione, apprendimento di un mestiere e delle leggi fondamentali dell'Unione Europea?

Negli anni dopo la seconda guerra mondiale, arrampicandosi sull'impervio passo dei Tauri e scendendo verso Casere in Valle Aurina, sono riusciti ad arrivare in Italia e di qui a partire per la Palestina 5.000 ebrei sopravvissuti alla Shoah. Attraverso passi e  mezzi più comodi sono arrivati e hanno proseguito per il Sudamerica i criminali nazisti in fuga, Mengele, Eichmann e Bormann. I confini del Sudtirolo raccontano la storia. Quella futura sarà scritta forse già nell' estate imminente.

Posso raccontare della scorsa estate. Alla fine di maggio, andavo da Bolzano a Innsbruck in un treno pieno di ragazzini somali ed eritrei (quelli che la Germania non accoglie). A Bolzano i volontari del “Binario 1” li avevano rifocillati, rivestiti con abiti abbastanza adeguati al clima, riforniti di provviste. Partito il treno dormivano tutti, il più piccolo avrà avuto 10-12 anni e il più grande 18. Ad ogni fermata si svegliavano spaventati.
Qualcuno mangiava, e alcuni non sapevano come si aprono i pacchettini di crackers o le scatole di succo di mela. I più esperti li aiutavano e poi mi lanciavano occhiate orgogliose. I miei vicini mi hanno chiesto a segni i giornali (italiani e tedeschi) e hanno provato a leggerli, incuriositi. I due bigliettai italiani erano giovani e li chiamavano “signori”. “Signori biglietto!” dicevano, cercando di non commuoversi. I ragazzini presentavano il biglietto regolare. Poi si ripartiva e dormivano ancora. Uno piccolino non si svegliava mai.

Da Colle Isarco in su nevicava fitto e c'era già una decina di centimetri di neve. Si sono svegliati e hanno cominciato a fare foto a più non posso con i telefonini e a mandarle (sul treno c'era il wifi), ridendo fra di loro e indicandosi la neve. Al confine abbiamo fatto una fermata lunghissima non prevista. Qualcuno è sceso e poi subito rientrato battendo i denti. Tutti erano silenziosi e agitati. I poliziotti italiani e i gendarmi austriaci discutevano fra di loro sul binario. Finalmente poi il treno è ripartito. Forse non hanno avuto il coraggio di farli scendere con quel tempo da lupi. I miei piccoli vicini, tutti felici, mi hanno offerto i loro biscotti, io gli ho dato le mie barrette di cereali e frutta. Il treno scendeva veloce, Matrei, Pfons, Schönberg. Prima di scendere a Innsbruck per prendere di corsa la coincidenza per Vienna, ho avuto il tempo di sentire l'altoparlante che avvisava che il treno sarebbe stato portato su un binario morto per motivi tecnici. Ho pensato – e penso ancora – sono così piccoli, dovrebbero essere protetti, aiutati, presi in carico, mandati a scuola. E mi sono spesso chiesta dove sono finiti.

(Alessandra Zendron è stata per due legislature consigliera provinciale verde a Bolzano)