Quell'abbraccio tra Nibali, fresco di maglia rosa, e la mamma di Chaves, che era venuta dalla Colombia fin sulle Alpi di Cuneo per vedere il figlio che provava a vincere il Giro d'Italia, è un'immagine che riconcilia con la vita.
Spesso lo sport ci lascia dentro emozioni indimenticabili: l'amicizia tra l'ariano Long e il negro Owens nata alle Olimpiadi di Berlino, gli occhi spiritati di Totò Schillaci dal quartiere Cep di Palermo ai gol di Italia '90.

Nel mio piccolo, Angelo Dalmonte che mi passava il testimone per l'ultima frazione della staffetta della Media Baracca ai Giochi studenteschi di Ravenna nella primavera del '67, Angelo che sarebbe morto di lì a poco, prima di iniziare la sua carriera calcistica nelle giovanili della Juventus.

Alla “corsa rosa”, poi, sono legati alcuni ricordi della mia gioventù.
La prima volta che ho sentito parlare del Giro d'Italia, fu quando mio padre mi disse che un parente di famiglia, Diego Ronchini di Imola, stava portando la maglia rosa. Era un Giro all'inizio degli anni '60: la indossò per buona parte della corsa, ma alla fine vinse Balmamion, forse più forte in montagna.
Poi, sempre con mio padre, andai sulla mitica Lambretta a Lugo (poco lontano da casa mia, Barbiano) a vedere il Giro che transitava. Eravamo alla fine degli anni '60, se ricordo bene, la maglia rosa era Jimenez, spagnolo. Passarono in un lampo, a malapena riuscii a vedere una macchia rosa… e poi erano già volati via.

Mio padre se ne è andato quasi 30 anni fa… il ciclismo e il calcio (Italia – Germania 4 a 3 !!) sono tra i ricordi più belli che ho di lui.
E lo sport che tocca le corde del cuore, mi riconcilia sempre con la vita.

(Tiziano Conti)