Bologna. Viaggio in un quartiere molto particolare. Il quartiere San Donato è uno dei nove quartieri di Bologna (proprio quest'anno si è unito a San Vitale, in seguito all'approvazione della delibera del consiglio comunale che ha diminuito i quartieri da nove a sei), situato nella zona nord-orientale della città.

Per tutta la prima metà del XX secolo questa zona costituisce un'area di confine tra centro urbano e aperta campagna, tant'è che ancora nel 1950 vi è una elevata presenza di lavoratori agricoli. 

È grazie a un vasto programma di edilizia pubblica, promosso principalmente da l'IACP (Istituto Autonomo Case Popolari, ente statale sostituito dall'Acer negli anni Novanta) che comincia a delinearsi una struttura sociale di quartiere.

Nel nucleo centrale interventi strutturali mettono a punto scalo ferroviario (il più grande d'Europa fino agli anni Novanta) e tangenziale, mentre a partire dagli anni Sessanta vengono edificate grandi opere, prima il Fiera District e successivamente la sede RAI e il CAAB, solo per citarne un paio.

 

Di conseguenza una parte del quartiere vede la concentrazione degli addetti ai lavori, ma contemporaneamente aumenta anche la presenza delle fasce meno abbienti della popolazione, in particolare nella zona denominata “Pilastro”.

 

(Foto 1: la Madonna del Pilastrino, da cui prende il nome il Pilastro)

 

Qui ha luogo la costruzione di case popolari destinate ad accogliere le grandi ondate di migranti, provenienti soprattutto dal Mezzogiorno, attirate a Bologna dalla possibilità di lavoro, dettata dallo sviluppo industriale della città.

Questi migranti, portatori di una cultura e abituati a una realtà sociale decisamente diversa da quella bolognese, in un primo tempo costituiscono un “quartiere dentro al quartiere”, che diventa presto una sorta di ghetto.

 

(Foto 2: Case popolari)

 

Solo in un secondo tempo la virtuale barriera che separa le due parti viene scissa, e incomincia un graduale processo di amalgamazione, grazie anche all'opera del Comune.

Proprio per cercare di rimediare al problema del ghetto l'amministrazione comunale opta per la costruzione, nel 1976, del cosiddetto “Virgolone”, edificio destinato ad accogliere cittadini più abbienti per favorire una più variegata composizione sociale.

Negli anni seguenti continua lo sviluppo della zona: vengono costruiti scuole elementari e impianti sportivi, ridisegnate e ampliate le aree verdi e migliorata una vasta gamma di servizi.

 

(Foto 3: segnale impianti sportivi)

 

Ma dagli anni '80 una nuova ondata di migranti determina un ulteriore cambiamento della composizione etnica e sociale. È a partire da questo periodo che prende luogo un massiccio addensamento in due particolari zone bolognesi: la prima è quella della “Barca”, la seconda è proprio il Pilastro.

A differenza della prima ondata, stavolta le aree di provenienza sono i paesi del Nord Africa, prevalentemente il Marocco, e quelli dell'Est Europa, tra questi la Romania. Ma il problema dell'integrazione ritorna come nel caso precedente, forse in misura maggiore. 

 

Citiamo a scopo informativo qualche dato, tratto dalla documentazione fornita da Iperbole, la rete civica bolognese. Dal 1970 ad oggi gli immigrati che risiedono o hanno risieduto nel quartiere sono stati più di 20000, su una popolazione di 31000 abitanti.  Questo costituisce un chiaro indicatore di un secondo dato molto importante, quello relativo alla situazione economica, che risulta meno agiata rispetto agli altri quartieri bolognesi: il 45% dei contribuenti ha un reddito inferiore al 15% del reddito mediano comunale.

 

Differenziazione etnica ed economica comportano spesso tensioni, criminalità e in generale un persistente grado di disagio sociale, fenomeni ai quali viene attribuita molta attenzione sia da parte dei centri sociali sorti in zona, sia dai media che in alcuni casi tendono ad enfatizzare notevolmente il problema.

 

Ma qual è l'attuale percezione di questa realtà?

 

Abbiamo posto questa domanda a due campioni, il primo composto da residenti del quartiere, il secondo da bolognesi residenti in altre zone della città, per avere una visione più completa.

Da parte dei secondi le risposte sono state piuttosto uniformi, in quanto si rifanno tutte a un'idea spesso troppo condizionata da pregiudizi riguardo al Pilastro, che viene descritto come un'area nella quale vi è un altissimo tasso di criminalità e di degrado.

I residenti in zona invece propongono un'analisi sicuramente più approfondita, secondo la quale una generalizzazione eccessiva potrebbe risultare fuorviante e quindi sbagliata.

Come ha raccontato Giuseppe, del Centro Sociale Pilastro, da loro non ci sono stati mai problemi, anzi è bello aprire il luogo anche per feste di comunità diverse. “A me non importa da dove vieni, l'importante è che lasci in ordine senza creare problemi, che tu sia italiano o no”.

Di fatto è effettivamente riscontrabile una serie di problemi, tra i quali il più diffuso è quello relativo alla microcriminalità – come ci viene confermato da esponenti di un certo rilievo della comunità – ma questo è circoscritto in una piccola frazione dell'area.

Non è insolito trovare articoli su giornali locali che parlano proprio dei crimini commessi all'interno della suddetta, e anche in una passeggiata serale una rapida occhiata può facilmente individuare ragazzi dediti a spaccio di droga piuttosto che ad atti vandalici.

Ma le persone con le quali abbiamo parlato ci hanno fatto notare che queste sono dinamiche ricorrenti anche in quartieri meno periferici e in alcuni casi anche più prossimi al centro, di Bologna come di altre città paragonabili per grandezza e popolazione.

 

Inoltre, sono spesso proprio i cittadini nati a Bologna che fanno più fatica ad accettare l'integrazione: Claudio, insegnante delle scuole medie del Pilastro, ci ha raccontato ad esempio di come si formino delle “scuole ghetto” con una grandissima prevalenza di bambini stranieri e questo non è perché di bambini italiani non ce ne siano, ma perché vengono mandati in altre scuole.

“Quest'anno abbiamo avuti dieci iscritti, tutti gli altri sono voluti andare altrove. La scuola è da anni un ghetto, ma è l'unico modo per tenere un presidio in zona. Questa è una realtà particolare, diversa da altre scuole periferiche, e la responsabilità è anche di chi decide dove mandare i bambini a scuola”.

 

(Foto 4: Bimbi a scuola)

 

Di sicuro da questo punto di vista non ha aiutato l'amministrazione di Giorgio Guazzaloca che – come ci ha ricordato Stefano, ex consigliere del quartiere San Donato – non ha migliorato la situazione, facendo delle scuole Ada Negri un vero e proprio ghetto per ospitare più di un centinaio di kosovari, rifiutando la soluzione migliore che sarebbe stata quella di distribuirli in tutta la città.

Anche le altre amministrazioni degli anni '90 – di qualsiasi schieramento politico – hanno avuto la tendenza a mettere in secondo piano i problemi delle periferie e sottovalutare i problemi di degrado e mancanza di sicurezza.

 

(Foto 5: USL ex scuole Ada Negri, ora Consultorio)

 

Attualmente ci sono tanti progetti di integrazione, finanziati dal Comune e portati avanti da volontari ed educatori: attività di falegnameria, serigrafia, musica. In una delle feste di strada fatte davanti alla sede dell'associazione del Cantiere Comunità, i ragazzi – di tante nazionalità diverse – hanno potuto mostrare i loro lavori in un vero clima di festa, nonostante la pioggia incessante.

Tari, ragazzino delle medie Saffi del Pilastro, ci ha raccontato di come ogni pomeriggio si trovino e facciano un lavoro diverso, che li unisce e li aiuta a imparare tante attività nuove.

 

(Foto 6: i ragazzi alla festa di strada)

 

Sono tanti anche i progetti del gruppo degli scout laici che ha appena aperto una nuova sede del quartiere San Donato proprio al Pilastro, con bambini provenienti da diverse parti della città. Non sempre l'inizio dei lavori è facile, in particolare per i ragazzi più grandi, dai 12 ai 16 anni, che si sono trovati ad essere insultati da ragazzini della zona e, addirittura, il vetro della sede è stato spaccato.

 

Il percorso che porta a una completa integrazione tra le diverse comunità è lungo, ma, come già era avvenuto negli anni '80, è possibile e una zona come quella del Pilastro sarà sicuramente in grado di affrontarla al meglio, grazie alla ricchezza dei luoghi che la abitano – dal Circolo Arci La Fattoria, al Centro Sociale, al Centro Sportivo – e grazie alla forza di cittadini che credono nella possibilità della rigenerazione di un luogo come questo, con l'aiuto di una buona amministrazione politica che avrà il compito di non dimenticarsi e di valorizzare le zone periferiche.

 

(Foto 7: Festa di strada)

 

(Alberto Pedrielli e Sofia Nardacchione)