Imola. Sono pochi gli imolesi che sanno di avere avuto un gioiello dell'architettura moderna poco fuori città. Sui primi rilievi lungo via Bel Poggio sorge infatti Villa Muggia, vero e proprio capolavoro razionalista, costruita a metà degli anni Trenta dall'architetto milanese Pietro Bottoni. Purtroppo, nella primavera del 1945, un bombardamento aereo centrò in pieno il cuore della costruzione, precludendo ogni possibilità di un recupero successivo e condannando di fatto l'edificio a un lento quanto inesorabile oblio.

A riportare l'attenzione su questo tesoro dimenticato è l'associazione Segni del Moderno, che già nel 2008 aveva allestito una mostra presso il museo di San Domenico e ora porta alle stampe, in collaborazione con l'Archivio Piero Bottoni del Politecnico di Milano, una corposa pubblicazione, curata da Giorgio Bolognesi, dal titolo “Villa Muggia al Bel Poggio di Imola. Una storia incompiuta” (Thèodolite Editore, 2016). Il libro sarà presentato presso la Biblioteca comunale di Imola sabato 17 settembre alle ore 10, a seguire, alle ore 12, si terrà una visita guidata alla villa condotta da alcuni esperti dell'associazione Segni del Moderno. Negli spazi della biblioteca si potrà inoltre visitare fino al 20 settembre una mostra sulla villa, in cui spicca una copia del celebre tavolo disegnato da Bottoni per villa Muggia e ora commercializzato dalla ditta Zanotta con il nome di “Fenice”.

Il volume raccoglie numerosi interventi di esperti e studiosi tra cui gli stessi Bolognesi, Calamelli e Castellari, che si occupano della villa da oltre vent'anni, professori del calibro di Giuliano Gresleri e Giancarlo Consonni e, tra le altre, la testimonianza significativa di Umberto Muggia, che ha raccolto le testimonianze dirette della propria famiglia che ha vissuto tra quelle mura. Da segnalare il contributo introduttivo di Wessel de Jonge, fondatore del DO.CO.MO.MO. International, organismo che si occupa della documentazione e della conservazione del patrimonio architettonico del movimento Moderno nel mondo. Ad arricchire il volume un vastissimo apparato fotografico e documentario che testimonia il passato ed il presente dell'edificio, oltre alle vite di chi vi abitò.

Villa Muggia oggi

“Nonostante Villa Muggia sia conosciuta a livello internazionale riteniamo non abbia avuto il riconoscimento che le spetta, con questo volume vorremmo farla riscoprire al pubblico italiano, oltre che imolese ovviamente – dichiara Bolognesi – . Con l'associazione Segni del Moderno abbiamo in mente altre iniziative, anche editoriali, rivolte soprattutto ad una platea internazionale, dove ci si concentrerà più sugli aspetti architettonici e le scelte stilistiche”.

A rendere così speciale Villa Muggia, moderna, razionalista, legata a quello Stile Internazionale reso famoso nel mondo da Le Corbusier più che alla romanità di Piacentini così cara al regime, è il fatto di essere stata costruita inglobando un vecchio casino di caccia del XVIII secolo e di avere saputo creare con questo un dialogo architettonico originalissimo. Dell'edificio preesistente si mantenne solamente la scalinata d'ingresso e il grande salone con le volte affrescate, questi ambienti vennero incorporati in una struttura in cemento armato dalle linee squadrate e dagli angoli perfettamente retti.

A questa inedita declinazione del moderno che si unisce all'antico nella villa padronale, si aggiunge l'idea di creare una azienda agricola all'avanguardia, ispirata ai principi del fuzionalismo in agricoltura, coinvolgendo tutta la tenuta circostante. La villa con il parco, i terreni e gli edifici di servizio attorno (una portineria, una casa colonica e una cappelletta ora frazionate in altre prorpietà) vennero a costituire quello che gli esperti hanno definito “un vero e proprio piano regolatore”, un progetto urbanistico completo.

Villa Muggia ebbe vita breve ma intensa: completata nel '37 e semidistrutta al termine della guerra, era già stata abbandonata in precedenza dai suoi proprietari, i Muggia appunto, bolognesi di origini ebraiche, passati in breve tempo dagli svaghi di una residenza di campagna alla necessità di fuggire dalla persecuzione nazifascista. Nel dopoguerra rimase disabitata e negli anni '70 cambiò di proprietà. Solo nel decennio successivo venne riscoperta per quello che in effetti era: un esempio unico nel panorama architettonico del Modernismo italiano. Nel 1993 salì alla ribalta internazionale quando il suo caso vene discusso alla conferenza del DO.CO.MO.MO. International tenutasi in Olanda, mentre l'anno successivo venne posta sotto tutela del Ministero dei beni culturali. Negli ultimi decenni è oggetto di numerose tesi di laurea di studenti di architettura che ne progettano il recupero, recupero che nella realtà sarebbe piuttosto complesso e dispendioso ma non inattuabile. (l.b.)SalvaSalvaSalvaSalvaSalvaSalvaSalvaSalvaSalvaSalva