Il mare di Palermo sotto il cielo rischiarato dalla luna piena è una distesa d'argento. E proprio là dove cielo e mare si uniscono in quella linea di orizzonte inafferrabile che unisce oscurità e chiarore accade tutto. Una linea di confine immaginario come quella fra il giorno e la notte. E' lì che abbiamo di nuovo incontrato Totò e Vicè.

Li abbiamo rivisti l'altra sera, venerdì 13 ottobre ad inaugurare la rassegna cinematografica della Sala Truffaut di Modena. Totò e Vicè, i due personaggi del testo di Franco Scaldati dal titolo omonimo hanno i volti e le voci di Enzo Vetrano e Stefano Randisi. Dalle scene alla macchina da presa. Rappresentato con successo in molti teatri italiani nelle scorse stagioni, il testo di Scaldati lascia lo spazio sintetico e la scenografia fatta di pochi essenziali oggetti del palcoscenico (e del resto non poteva essere altrimenti) per ritrovare luogo, tempo e spazio negli angoli, nelle piazze e nei mercati dell'antica Palermo notturna. Ciò che in teatro si può solo immaginare, diventa il contesto reale del viaggio attraverso la notte di Totò e Vicè. Il viaggio ha inizio da un luogo improbabile, un luogo fantasma, forse un luogo di confine, dove all'alba i due fanno ritorno lasciando come unica traccia della loro presenza i cappotti sdruciti e rappezzati indossati fino a qualche istante prima. 

Il film, diretto da Marco Battaglia e Umberto Di Paola, docenti dell'Accademia di Belle Arti di Palermo, ci restituisce un testo riadattato a inquadrature realizzate ad altezza d'uomo dove finestre, portoni, scalinate, cortili sono i contesti  fisici e al contempo simbolici di una città insolita quanto i due personaggi che se ne appropriano. Un ritmo diverso rispetto alla versione teatrale, battuto dalle differenti sonorità dei passi ora sulle foglie, ora sull'asfalto, ora sul selciato, ora sui sassi fra i binari di una ferrovia che pare abbandonata. Camminano, camminano Totò e Vicè coinvolgendo gli spettatori nel ritmo del  loro errare notturno. Si scambiano pensieri e riflessioni sulla vita, sulla morte, sul sogno. Brevi dialoghi che scavano nel profondo del senso delle cose con emozione, meraviglia, divertimento, rompendo i lunghi silenzi affidati all'eloquenza di un'intensità espressiva che rende visibili i pensieri e ben resa dai primi piani che valorizzano la bravura di Vetrano e Randisi. 

 Poesia pura, essenziale, quella di Scaldati, costante presenza nel film, rivelata dai suoi oggetti personali che occupano il tavolino al centro del palcoscenico di un deserto teatro “Biondo” a Palermo e dalla sua voce originale che in stretto palermitano si fa strada fra due chioschi nella città deserta. Sono i suoi luoghi, come la Chiesa di S. Severo dove teneva i laboratori, inquadrata in una delle ultime scene del film. Lui, che come sottolinea Battaglia, si nutriva della città e alternava il rigore della scrittura ai solitari con le sue inseparabili carte consunte dall'uso e dal tempo. Il film è stato realizzato in 13 giorni e 14 notti con poco più di 1000 Euro da una troupe di studenti dell'Accademia di Belle Arti di Palermo, alla loro prima esperienza  cinematografica che ha affiancato i due registi . Ha debuttato in prima assoluta al Festival di Taormina di quest'anno riscuotendo un lusinghiero successo di pubblico e di critica. Quella di Modena è stata la terza proiezione dopo quella di Sciacca.

Il film, da vedere,  è l'altra faccia della versione teatrale che, incomprensibilmente mai approdata al Comunale di Imola per il pubblico imolese, torna in scena dal 26 ottobre a Modena (Teatro delle Passioni) e dal 2 al 7 dicembre all'Arena del Sole di Bologna.

 

(Virna Gioiellieri)