Nell'era dell'ennesima ed imminente grande coalizione del governo della immortale cancelliera Angela Merkel, il sindacato IG Metall, la Fiom italiana per intenderci, strappa un contratto storico. Aumenti del 4,3 % sullo stipendio e settimana lavorativa a 28 ore. Ne potranno usufruire i lavoratori per accudire i figli, i parenti anziani o anche solo chi fa lavori usuranti.

Un accordo storico – a giusta ragione – a leggere le cronache dei quotidiani tedeschi e di tutta Europa. L'accordo, per ora destinato a produrre effetti nel solo Land del Baden-Wuerttenberg, è un'apripista di tutto rispetto, soprattutto perché siglato nella regione dove sorgono colossi industriali come Daimler – Benz (produttore di Mercedes) e Porsche.

“il tempo di vita ha un valore, anche per le aziende”. Questo in Germania dove, a differenza di quel senso comune italico, alimentato soprattutto da una scarsa consapevolezza del potere delle relazioni industriali, i lavoratori hanno ancora un potere contrattuale di peso. E' bastato l'annuncio di uno sciopero di 24 ore per fare capitolare gli industriali con l'effetto che il prossimo obiettivo dei sindacati – a portata di mano – è l'estensione dell'intesa ai 3,9 milioni di lavoratori metalmeccanici del resto della Germania.

In Italia invece assistiamo alla quasi capitolazione delle trattative sindacali. All'orizzonte non s'intravvedono aumenti per i lavoratori, tolti i “bonus” renziani, i famosi 80 euro e le stucchevoli promesse elettorali nulla di nuovo sotto il sole.
Anche il rinnovo contrattuale degli statali, che tocca solamente 240.000 lavoratori sui 3,5 milioni di dipendenti pubblici, è stato sì rinnovato ma al minimo. Dopo una stagione di mancati rinnovi che è durata dieci anni.

Cosa manca alle nostre relazioni sindacali che hanno accettato, quasi senza battere ciglio, il Jobs Act del ministro Giuliano Poletti? Legge che, se guardata con le lenti dell'accordo di Berlino, appare quasi archeologia industriale per mancanza di prospettiva?
Un primo aspetto va ricercato nella “permeabilita” delle cariche sindacali con quelle politiche. Tanti sindacalisti che a fine carriera fanno i politici imbarazzano, e non poco. Ma la responsabilità maggiore dei sindacati rimane quella di avere sacrificato sull'altare della “pace sociale” complice la crisi economica l'unione dei lavoratori. Ne è prova il massiccio travaso di iscritti da sindacati storici, la famosa “triade” verso sindacati di base più combattivi e più vicini alle istanze dei lavoratori. Gli unici che forniscono, oggi, una speranza a chi si è visto privato dopo 45 anni di vigenza – da un governo considerato “amico” – dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori.

Alla fine dei giochi ai lavoratori italiani rimangono le “tutele crescenti” e a quelli tedeschi la settimana di 28 ore e gli aumenti – quelli veri.

(Verner Moreno)