La campagna elettorale in corso propone un tavolo a 3 giocatori, coalizione di Centro-sinistra, quella di Centro-destra e Movimento 5 Stelle con la “variante” del 4° (non) giocatore, che a tressette è definito come “il morto”, rappresentato in questo caso dal partito di chi a votare non ci andrà e stimato per oltre il 40% di preferenze degli aventi diritto.

Coalizione di Centro-destra sopra di circa dieci punti a metà dicembre 2017 su quella di Centro-sinistra coi 5 Stelle in splendida solitudine alla finestra, a chiudere il cerchio una folla di indecisi che applaudirebbe di buon grado se qualcuno le desse ascolto (si parla che su un totale di 17 milioni di astensionisti, 13 milioni sarebbero comunque decisi a restare a casa); sebbene i voti “liberi” siano quasi la metà del totale, la campagna elettorale che stiamo tuttora vivendo non è però rivolta a chi esita di esprimere preferenza, palesando così l'ipotesi che di questi tempi sia meglio “giocare in casa” coi propri tifosi.

Nello specifico i sondaggi di fine anno vedevano la Lega di Matteo Salvini attestata al 14% nelle intenzioni di voto dell'Istituto Ipsos, ma che ora (in crescita) potrebbe addirittura scavalcare l'alleato della coalizione di Centro-destra, Silvio Berlusconi, che ha sì registrato a dicembre 2017 quasi il 17% ma che attualmente è in calo, come a dire che dopo cinque suoi “ritorni” il voto utile dell'usato sicuro per Forza Italia forse non paga più.

La coalizione di Centro-sinistra ha visto nello stesso periodo il Pd di Matteo Renzi attestato al 23% ma anch'esso in calo, spregiudicatezza e voglia di fare dell'ex sindaco di Firenze sono meriti di cui nell'urna l'elettore forse si ricorderà, come d'altronde l'aver tenuto a galla il Paese nel momento più cupo della recessione, ma pesano come macigni la (mancata) riforma della Costituzione ed il cambiamento epocale del sistema, di cui è riuscito quasi nulla.

Del terzetto dei giocatori è quello del Movimento 5 Stelle il sondaggio Ipsos più rotondo, quasi il 30%, questo grazie all'energia di Beppe Grillo e dell'Alessandro “dibba” Di Battista, ma soprattutto del candidato premier Luigi Di Maio a cui non dispiacerebbe un colpo d'ala finale per raggiungere quell'agognato 51% che permetterebbe a donne e uomini del Movimento di poter governare da soli senza stringere strane alleanze con l'altra “mente” populista (e anti-europeista) che è la Lega di Salvini, soprattutto in tema di nazionalismi, immigrazione, stranieri e tasse.

Il resto viaggia con sondaggi ad una sola cifra, come quello della “pasionaria” dello schieramento di Centro-destra Giorgia Meloni che modella la logica della piccola setta in una oligarchia di capi, dove votare in piena libertà per i propri parlamentari è pura utopia; per questa formazione “nipotina” della destra storica il voto dev'essere una scelta predeterminata, a comando, senza personalità né autonomia.

Infine Pietro Grasso (Liberi e Uguali) che, uscito dall'orbita renziana, si è proposto come paladino per movimentare (e motivare) la sinistra radicale; è sì giudice antimafia che non ha certo usato i processi per entrare in politica, ma ha dietro le quinte un retrobottega di vecchie volpi della sinistra (rottamate da Renzi) che parte con D'Alema e continua con Bersani, Cofferati, Epifani, Errani, ecc,. Gente questa che prima o poi reclamerà vendetta alimentando, come unico collante interno, l'odio verso il leader Pd finendo così per sottrarre energie ai programmi (quelli veri) di partito.

Gli addetti ai lavori su come finirà “l'ultimo giro di carte” delle prossime settimane non si sono per ora sbilanciati; è una vera roulette, dovuta anche ai tanti ragazzi del 1999 che alla soglia dei vent'anni voteranno come da dovere civico dettato dall'art. 18 della Costituzione, contraltare invece di chi tenderà ad autoescludersi (non votando) lamentando la presenza degli stessi partiti di sempre che ancora una volta sponsorizzeranno maldestre politiche, come quella dell'ultima ora che vede il prodigarsi nel sostenere le Forze dell'Ordine ed i dipendenti per ogni tipo di servizio, rinnovando a loro i contratti con buona pace dei sindacati, come purtroppo a confermare così ancora una volta semmai ce ne fosse bisogno che il Paese ha (e avrà) il Parlamento che si merita.

(Giuseppe Vassura)