Il Festival della canzone italiana è da sempre una ricetta semplice composta da ingredienti che soddisfano il buon gusto canoro degli italiani, dopo l'epoca del Baudo scudocrociato, quella del Fazio sinistroide e quella più recente della premiata ditta del piccolo schermo Conti-De Filippi, Claudio Baglioni conduttore e direttore artistico dell'edizione 2018 appena conclusa ha voluto qualcosa di fortemente talentuoso e serio tale da mettere al bando quelle poche semplici abitudini sanremesi del passato intrise di mediocrità, ha “mixato” la musica d'autore che gli è cara con lo show misurato mai banale della sua co-conduttrice Hunziker e le incursioni teatrali di un Favino intento più a “proporre” che a rincorrere il pubblico.

Certamente si sarebbe potuto far di più, è stato poco più del solito derby nazional-popolare nell'epoca della tv on demand, ma ha lo stesso francobollato il 50% di share grazie soprattutto a quelle poche situazioni “specchio” del nostro Paese, come lo struggente monologo di Pierfrancesco Favino pur senza toccare il livello emozionale dello scorso anno quando tutti noi ci siamo commossi vedendo suonare il pianista disabile Umberto Bosso.

Se il contesto musicale internazionale degli ultimi 5 anni sta ripercorrendo un trend global/social con messaggi di impegno contro l'anoressia, l'alcolismo e favorevoli alla libertà individuale e sessuale, questa edizione del Festival ha (ri) proposto soprattutto i soliti testi d'amore in quanto a parte la canzone vincitrice sono state pochissime quelle che hanno trattato tematiche di disagio sociale e aspetti “difficili” del quotidiano; ciò per alcuni critici è stato dovuto al coincidere della manifestazione canora con la campagna elettorale in corso per le politiche del 4 marzo prossimo, un periodaccio per “firmare” opinioni anche se scritte solo sul pentagramma.

Colpa di ciò alcuni tragici fatti di cronaca nera che hanno diviso le prime pagine di giornale coi titoli più “soft” inerenti la gara musicale sanremese, non ha fatto granchè bene la musica agli animi di quelle fazioni di destra e sinistra che, avvelenate e strumentalizzate politicamente in ambito razzista-migratorio, sono venute alle mani con scontri di piazza sedati a fatica dalle Forze dell'Ordine a tutela dell'incolumità dei residenti.

Sembra trascorsa una vita dall'esperienza del Live Aid del 1995, primo esperimento-esempio di solidarietà nella lotta alla povertà e alle discriminazioni, ma “the show must go on” come direbbero negli Usa ed infatti lo spettacolo all'Ariston è proseguito senza intoppi e senza temi elettorali dichiaratamente “contro”; come invece successe nel 2011 quando cantò (e vinse) Vecchioni con una canzone antiberlusconiana oppure nel 2013 quando Crozza divertì con una parodia un po' troppo di sinistra.

Quest'anno combinando il voto del pubblico, della stampa e degli esperti hanno trionfato Ermal Meta e Fabrizio Moro cantando Non mi avete fatto niente, chiudendo una edizione di grandi ascolti con la serata finale che ha “battuto” 12 milioni di spettatori (share 58%) mentre la media delle serate si è attestata su quasi 11 milioni (52%); a grandi linee questa del 2018 è stata copia simile negli ascolti di quella passata quando Carlo Conti al terzo anno di conduzione scelse di aver sul palco assieme a lui Maria De Filippi, con share delle 5 serate attorno al 51% (quasi 11 milioni di spettatori) e botto della serata finale (miglior dato dal 2002) con 12 milioni (58%); una boccata d'ossigeno per il canoro comparto di “Mamma Rai” dopo il ventennio di noia trascorso dai i fasti di Pippo Baudo che il 12 febbraio 1995 con Fiorello, Anna Falchi e Claudia Koll fece il 65% di share (18.389.000 spettatori).
Fu quello l'anno che vide il “Pippo nazionale” immolarsi al salvataggio di tale Pino Pagano che minacciò il “tentato suicidio” da una balconata del Teatro Ariston dove i soliti maligni sogghignarono deridendola come sceneggiata messa su ad arte, ma Sanremo è Sanremo e tutto filò liscio come da (presunto) copione.

(Giuseppe Vassura)