Le vicende di cronaca degli ultimi mesi ci costringono a una riflessione, capace di abbracciare con uno sguardo più ampio possibile la comunità di cui facciamo parte. Una comunità che, da sempre, si è dimostrata accogliente e capace di adattarsi a ogni novità che i tempi le hanno proposto.

L'immigrazione come motore di progresso
Da sempre gli esseri umani si spostano in cerca di una vita migliore. È così dall'alba dell'umanità e lo sarà ancora, in un mondo che diventa più piccolo, con mutazioni climatiche importanti, guerre e instabilità. Da sempre l'immigrazione ha portato con sé paure e problemi di convivenza. È successo nel Nuovo Mondo, è successo nell'Europa del Nord. Milioni di persone che si sono spostate con ogni mezzo hanno generato cambiamenti sociali importanti nei Paesi ospitanti. Pensiamo agli Stati Uniti, alla Germania, alla Francia, al Belgio. Sono società che nel secolo passato, benché fosse un'epoca di travagli, hanno saputo costruire un senso di comune appartenenza a una Nazione. L'immigrazione, che ha spesso una matrice di disperazione, è stata, in molti casi, un motore di progresso e di importante contaminazione di culture e competenze. Oggi, purtroppo, assistiamo a un'inversione di tendenza.

Il consenso della paura
Sentiamo parlare di muri di protezione e di respingimenti, anche a fronte di un diffuso sentimento di repulsione nei confronti dello straniero provocato dalla paura e dalla sensazione che “l'immigrato” faccia necessariamente il paio con “criminale”. Una paura, questa, che assale gli strati più in difficoltà della società e, in particolare, il ceto medio, impoverito per anni dalla lunga crisi e da un regime fiscale accanito e insaziabile. Una paura che viene rinforzata ogni giorno da fatti di cronaca nera, che avvengono in territori sempre meno presidiati e, con sullo sfondo, una Giustizia incerta, spesso inefficace, senza strumenti per garantire la certezza della pena. L'immigrazione è un fenomeno che va governato sulla dimensione internazionale ma, anche in questo caso, i cittadini non si sentono rassicurati dalla fragilità di una classe politica che non è più all'altezza dei grandi leader che hanno guidato l'Occidente democratico nel Novecento. Parlare di Immigrazione nel nostro Paese è scomodo perché il mercato del consenso elettorale gioca sulle paure. E, come spesso accade in Italia, la gente si divide in fazioni sorde e urlanti. Così basta poco per sentirsi definire come “Buonista”. Un termine coniato in altro contesto ma che è diventato un insulto diretto puntualmente a chi cerca di ragionare sull'accoglienza. Qui, però, non si tratta di essere “buonisti” o, al contrario, “attivisti”. Si tratti di fare ognuno la propria parte affinché questo fenomeno si trasformi da elemento foriero di sventure a elemento pacifico per il rilancio dell'economia e dell'occupazione. Un elemento virtuoso per le casse previdenziali, in un Paese a natalità zero.

Le imprese sono “famiglie” accoglienti
Penso alle imprese, penso ai piccoli artigiani, penso a quelle realtà che sono diventate, nel tempo, i pilastri delle comunità. I nostri imprenditori non hanno delocalizzato e hanno sofferto con i loro dipendenti nella morsa della crisi. Le imprese sono diventate come famiglie e sono in prima fila nel dare sostegno alle attività delle comunità. Dove c'è un campo sportivo, un palazzetto, una sagra, un'attività di volontariato, lì troverete sempre un cartello con il nome di un'impresa. Un contributo che non manca mai, forse anche piccolo, ma dato con il cuore e spirito di appartenenza, non certo per farsi pubblicità dove tutti la conoscono. Nelle imprese che vivono e lavorano sul territorio vediamo sempre più ragazzi che arrivano da terre lontane e che diventano colleghi e parte della famiglia. Sono ragazzi che imparano un lavoro e contribuiscono al benessere della comunità. Lo straniero, diceva il sociologo Georg Simmel, “apprende l'arte dell'adattamento in modo più consapevole, penetrante, sebbene doloroso, di coloro che vivono l'appartenenza come un diritto”. Lo straniero che entra nelle nostre aziende apprende l'arte e non solo l'arte di adattarsi, in quelle palestre di integrazione che possono essere l'officina, il panificio, la stalla, i lavori su più turni. Lo straniero che lavora insieme a noi apprende anche e soprattutto quell'arte che sta alla radice del termine Artigiano. Il saper fare ci identifica e, in molti settori, identifica il nostro genius loci. La nostra cultura, le nostre tradizioni, la nostra firma che si tramanda da generazioni.

La necessità di mantenere le tradizioni
E proprio qui sta un punto dolente. Generazioni dopo generazioni tante nostre storie d'impresa si sono spente. Si sono disperse nel mancato rinnovamento generazionale. Una diffusa credenza popolare ha per decenni sminuito il lavoro manuale. Certi mestieri rischiano di non avere futuro perché non trovano nuovi cuori che con passione li portino avanti. Ecco che lo straniero di buona volontà, portatore di una cultura diversa dalla nostra, può diventare paradossalmente il continuatore del nostro saper fare. Egli avrà la motivazione, lo spirito di sacrificio, il grande desiderio di riscatto sociale e l'obiettivo di garantire ai propri figli un futuro migliore. Il ragazzo straniero che varca la soglia di un'impresa e si rimbocca le maniche ha il diritto di essere trattato con rispetto. Egli certamente apprenderà con attenzione e certamente contaminerà la nostra tradizione con la sua sensibilità, ma è proprio così che sono nate le cose più belle nei Paesi che ben prima di noi hanno affrontato il tema dell'integrazione. Questa è, a mio parere, una buona integrazione. Le nostre imprese sono palestra di integrazione, di spirito di squadra, di solidarietà, di rapporti umani veri, sinceri, che non fanno sconti al colore della pelle.

(Amilcare Renzi)