Senza scomodare il Mahatma Ghandi, la cui citazione è emblematica: “La persona che non è in pace con se stessa sarà in guerra col mondo intero”, il long weekend pasquale cancellerà la grigia zavorra delle noiose consuetudini invernali liberando in noi ogni negatività incarnata.
Sarà l'ultimo mega calorico “sacrificio” culinario il pranzo pasquale associato alla tradizionale gita fuori porta del Lunedì dell'Angelo, così da rispettare la tradizione ed essere così in pace con noi stessi, poi da martedì tutti a dieta ad eliminare manopole dell'amore e doppio mento appena in tempo per inizio della stagione estiva di metà maggio.

La Pasqua è ricorrenza a tutti noi molto cara perché sinonimo di rinascita, è festività che fa riflettere, e coincide forse col periodo più bello dell'anno, quello che ci porta finalmente a godere mesi di bella stagione; peccato che tutta questa “bellezza” stoni così ferocemente con la drammaticità del “percorso” a monte che gli agnelli sono destinati a percorrere.
La diminuzione è costante ma la tradizione culinaria pasquale anche quest'anno ha coinvolto centinaia di migliaia di ovini di trenta giorni di età, le cui carni tenere stanno finendo sotto i nostri denti, arrostite o fritte; il decesso di questi graziosi animaletti è traumatico perché nella maggioranza dei casi consiste nella tecnica della sgozzatura, necessaria per far sgorgar in fretta dalla carotide recisa, il sangue, sì da non far ristagnare lo stesso nella carne dopo l'arresto cardiaco.

Succede così anche ai giovani suini, maialini da latte, destinati a diventare porchetta e non allevati ”all'ingrasso” come si opera di solito per ottenere i “salumi” (prosciutto, coppa, salame, ecc.); non sono indenni da giovane e prematura morte anche altre specie di graziosi animaletti da fattoria, galletti, puledri e vitelli ma la loro fine non ci traumatizza più di tanto perché non è una novità trovarli tutto l'anno nei supermercati sotto forma di ordinate vaschette confezionate.

Con gli agnelli non è così, la loro carne la si trova in commercio solo in concomitanza del businnes gastronomico di queste settimane, solo una volta l'anno e a ciò non siamo abituati, è “un'opportunità da non perdere” ci dice il tam-tam mediatico di questa festa della resurrezione che coinvolge ipnoticamente la massaia quanto la mensa aziendale, lo chef stellato quanto il cuoco d'osteria in una equazione culinaria come a dire che la prelibatezza della dolce e tenera carne d'agnello sta alla Pasqua quanto panettone e pandoro stanno al Natale.

Questi graziosissimi animaletti quasi mai sono destinati a morir sgozzati in stato di incoscienza, purtroppo in tanti vivono “live” la loro fine in modo drammatico e ciò da alcuni anni ha (finalmente) mosso le coscienze di un sempre maggior numero di persone; da allievo perito agrario ho frequentato, durante le ore scolastiche di “pratica”, i macelli, ove si mette la parola fine alla vita degli animali destinati all'alimentazione umana, pennuti e bovini ma mai giovani ovini; sono sempre stato molto critico su queste tecniche cruente ma purtroppo la legislazione italiana non è chiara ed i controlli capillari latitano.

A poco finora sono contate le campagne pubblicitarie promosse dagli organismi di protezione animale e associazioni ambientaliste contro quella che loro chiamano una vera e propria strage, gli agnelli sono stati regolarmente sgozzati lo stesso e (come sempre) stanno allietando le mense imbandite della “festività della rinascita”, festività splendida in cui questo uso e (mal) costume culinario tassativamente si è sempre rispettato, forse per l'ultima volta, o forse no.

(Giuseppe Vassura)