Bologna. Le donne del Pd sono arrabbiate e lo hanno detto con un documento, Towanda (che i lettori possono leggere in quanto allegato a questa intervista e che ha già raccolto centinaia di firme); per capire le ragioni di questa iniziativa ci siamo rivolti alla coordinatrice della conferenza delle donne del Pd dell'Emila Romagna, Lucia Bongarzone

Questo documento ha davvero dato una scossa ad un partito ancora sotto choc. Perché è partita ora questa iniziativa delle donne del PD?
“I numeri della rappresentanza femminile in parlamento dopo le elezioni del 4 marzo 2018 sono impietosi per il Partito Democratico. Nella passata legislatura eravamo il partito più rosa con il 39% di donne. Ora siamo il quarto partito dopo M5S, Lega e Forza Italia. Siamo passati dal 39% al 30%.
Questo risultato è stato ottenuto nonostante nel Rosatellum, la nuova legge elettorale, sia stata introdotta, proprio dal Partito Democratico, una norma che prevede una soglia minima del 40% di candidature per entrambi i generi all'uninominale e alternanza uomo/donna al plurinominale dove nessuno dei due generi poteva essere capolista oltre il 60%.
Nonostante l'introduzione della norma nessun partito ha ottenuto il 40% di elette. Questo per effetto delle pluricandidature, di quello che noi abbiamo definito fenomeno delle “Donne flipper”. La stessa donna candidata in più collegi una volta eletta liberava posti ad altri candidati uomini. Sono bastate 8 donne candidate in più collegi per escluderne altre 39. Le donne del PD sono state umiliate e costrette ad una logica tutta maschile.
Come Conferenza delle donne del PD Dell'Emilia Romagna abbiamo immediatamente denunciato quanto stava avvenendo ancor prima che venissero chiuse le liste.
Non siamo state ascoltate. Durante la campagna elettorale abbiamo poi responsabilmente lavorato per eleggere le donne candidate, di cui molte in posizioni proibitive, di fatto quindi non eleggibili. Finita la campagna elettorale e visti i risultati ottenuti come rappresentanza femminile abbiamo deciso che dovevamo continuare il lavoro di denuncia e ricostruire il partito partendo anche dalle donne.

Quali obbiettivi intende raggiungere
“Il nostro obiettivo è quello di dare una scossa al PD. Di riprendere il cammino della democrazia paritaria che ad un certo punto si è interrotto dentro al partito. Molte donne hanno pensato che con un governo paritario, le norme antidiscriminatorie, la ratifica della Convenzione di Istanbul e le tante cose fatte dal governo per le donne quel cammino fosse compiuto, si sbagliavano.
Il nostro statuto parla di pari rappresentanza, pari opportunità, democrazia paritaria ma non sempre, il PD, ha saputo essere credibile nell'applicazione di quei principi. Le pluricandidature ne sono un esempio. Certo vogliamo mettere in campo anche tante proposte per migliorare la vita delle donne di questo paese ma le politiche che sapremo mettere in campo non possono prescindere da una pari rappresentanza. Solo una politica che sappia coniugare entrambi i punti di vista può essere la sintesi di un'azione efficace. Vorremmo che si cominciasse a pensare l'azione politica in un'ottica di mainstreaming, prima di procedere all'assunzione di una data misura, valutare l'impatto che quella misura potrà avere sulla vita delle donne e degli uomini una volta applicata, valutare l'eventuale effetto discriminatorio che essa può determinare, mirando così ad evitare conseguenze negative e a migliorare la qualità e l'incisività delle proprie politiche.
Per poter fare questo però dovremo prima ricostruire l'identità ed i valori del nostro partito, partendo proprio dalle donne.”

Come si intreccia con la rigenerazione del partito dopo la sconfitta del 4 marzo.
“Il partito democratico il 4 marzo ha subito una sconfitta pesantissima sulla quale dovrà riflettere molto. Dovremo interrogarci a lungo sul perché di ciò che è successo e del perché non siamo riusciti ad essere in sintonia con il paese. Alcune analisi ci hanno definito il partito dei colletti bianchi votato dalla nuova borghesia, dai ceti sociali medio alti. Non abbiamo saputo intercettare il voto dei più deboli, degli esclusi, dei non protetti perché non abbiamo saputo dirgli qual era la nostra idea di futuro. Dopo le elezioni anziché fermarci a riflettere ci siamo avviluppati in una dibattito quasi surreale su opposizione o dialogo al governo che si dovrà andare a comporre.
È evidente che il nostro partito si trova in una fase difficile in cui deve ricostruire una propria identità: chi vogliamo essere, chi vogliamo rappresentare, quali sono i nostri valori, qual è la nostra visione di futuro, quale paese vogliamo.
Noi vogliamo essere protagoniste di questa fase di ricostruzione del Partito Democratico a cominciare dalla rappresentanza paritaria ad ogni livello basata non più su logiche di fedeltà al capo ma ispirata a merito, competenze e rappresentantività politica. Towanda è stato il nostro grido di ribellione, la nostra presa di coscienza, il nostra desiderio di una ripartenza.
La nostra è stata una dichiarazione di esistenza che vuole trasformarsi in azione all'interno di un partito tutto da ricostruire.”

(m.z.)